
Da San Clemente alla Città degli Angeli, Gino Angelini, artista culinario di fama mondiale, ci invita a pranzo e ci racconta la sua storia. Ossia: da Rimini a Hollywood, atto secondo. Dopo Amarcord la cultura Riminese ha raggiunto la costa ovest degli Stati Uniti per arrivare questa volta nel piatto dei clienti della “Angelini Osteria”. Cavalli di battaglia della cucina romagnola made in L.A. sono la lasagna verde, il raviolo, la bistecca ripassata al forno – rigorosamente a legna – il branzino. «Mi mancano i pesciolini dell’Adriatico, come i moscardini o gli uomini nudi» dice Angelini, che rimpiange la mancanza di una vera cultura peschereccia locale. «La piadina, che a Rimini fiocca come la neve, qui non attacca – chiosa Gino – perchè il clima di Los Angeles non è abbastanza rigido, e poi siamo troppo vicini al Messico. La gente la scambia per una tortilla scondita». Non sanno che il sapore è diverso. Ambasciatore della sensibilità gastronomica di Romagna, Gino Angelini ha lavorato al “Rex” (ristorante di lusso a Downtown), era in prima fila all’apertura del “Vincenti”, ha rischiato con “La Terza” che ora si è trasformata ne “Il Minestraio”. Dall’ottobre del 2001 si è costruito un delizioso localetto sempre pieno di clienti, con un impegno e una passione di quelli che, per intenderci, durano una vita. Mi offre da mangiare, chiacchieriamo, si fa tardi, è ora di riprendere il lavoro: Gino non si ferma mai. “Ma te cosa mangi?“ gli chiedo io che da anni continuo imperterrito a cucinarmi brodo e passatelli due volte la settimana. «Mi faccio una piada» risponde lui. La vita a Los Angeles dopo quindici anni non stanca. Ma c’è bisogno di evadere ogni tanto e così Gino se ne va in Italia a ricaricarsi di cibi familiari e compagnie, a cercare i tartufi, a bersi un buon barolo ai piedi dei monti al riparo dai rumorosi flash di Hollywood. C’è da dire che l’”Angelini Osteria” vanta una clientela del calibro di Steven Spielberg, Tobey Mcguire, Tom Hanks e l’attrice “come si chiama… quella che ha fatto Elizabeth. Un giorno ero seduto qui al bancone, entra uno e gli dico ‘Vuoi sederti qui vicino che c’è posto’. Poi mi sono venuti a dire che era John Travolta”. Non ha pretese Gino, solo una grande passione e un talento naturale per la buona tavola e i buoni sapori. Da vero creativo si è ingegnato non poco per inserire nel menù del giorno un osso buco, la porchetta, gli strozzapreti, la zuppa inglese i piatti comuni insomma o quelli della cucina come noi la conosciamo. «Ma è difficile – sottolinea Gino – gli americani cercano i cibi che già conoscono e molti Losangelini non sanno bene come comportarsi davanti ai profumi di un piatto di trigliette alla brace: storcono irrimediabilmente il naso». I clienti di Gino lo apostrofano con frasi fatte in italiano, si rimbeccano l’un l’altro come personaggi di una commedia dell’arte pasticciata da immagini cinematografiche stereotipate. Ma si vede che hanno viaggiato, che conoscono un po’ l’Italia o che almeno sono stati in Toscana, che si sono da qualche parte seduti in una cantinetta, magari in Romagna, a pasteggiare vini e cibi nostrani. Giammai demagogo, immune da etichette del tipo “slow food” o “local”, a Gino interessa mangiare bene e far mangiare bene. I vini arrivano dall’Italia, il pesce vola in aereo dalla Francia, il prosciutto e perfino la farina sono di italiani di importazione. Ridiamo e scherziamo pensando al menù delle festività americane.
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