L’arte al delirio dell’autore

Arte come espressione di un disagio, come sospensione da esso, come un altrove, una fuga dai demoni della follia. Arte come cura, come mezzo per tirare fuori un inconscio tormentato, significati oscuri, impulsi autolesionisti. La ricercatrice sammarinese di nascita e bolognese d’adozione Sara Ugolini indaga le zone d’ombra tra arte e malattia mentale. Dottore di ricerca in Storia dell’Arte e collaboratrice all’attività didattica dell’insegnamento di Psicologia dell’Arte presso il Dipartimento di Arti Visive dell’Università di Bologna, Sara ha contribuito anche alla mostra “Figure della protezione”, curata da Bianca Tosatti, dal 2 fino al 30 maggio al Castello dei Pio di Carpi. Un’iniziativa di Cooperativa sociale Nazareno, ente con un’esperienza quasi trentennale nell’accoglienza di persone con disabilità e disturbi mentali.
Quanto tempo fa è nato l’interesse verso questa forma artistica?
«L’interesse per queste espressioni risale al XIX secolo. In origine sono soprattutto le collezioni mediche a conservare materiali visivi legati alla malattia mentale. La collezione più importante è quella di Hans Prinzhorn, iniziata nel 1919, che raccoglie i lavori dei pazienti dell’Ospedale universitario di Heidelberg: più di cinquemila opere provenienti da ospedali tedeschi, svizzeri, italiani e anche giapponesi. A sganciare definitivamente questa produzione creativa da un ambito di interesse e di studio prettamente medico è Jean Dubuffet, un artista francese che dal 1945 inizia a visitare i manicomi svizzeri alla ricerca di testimonianze visive che “traducano con maggior immediatezza i movimenti dello spirito”. I lavori raccolti sono messi per la prima volta in mostra nel 1949, alla galleria Drouin di Parigi. Dubuffet conia la definizione art brut e pubblica un manifesto intitolato L’art brut preferita alla arti culturali».
Come si può decifrare l’arte nel lavoro di un malato di mente?
«Si tratta di una questione complessa, e controversa. I teorici dell’arte-terapia sostengono che l’espressione creativa permetta al paziente di manifestare i propri conflitti interni, inesprimibili attraverso il linguaggio verbale, ed è in questa unica funzione che la creatività viene intesa. C’è poi chi, come Bianca Tosatti, curatrice e massima esperta di outsider art in Italia, non considera gli eventuali risvolti terapeutici dell’espressione creativa per concentrarsi sul valore estetico di tali opere. Personalmente mi sento vicina a questa posizione: quando veramente dotati, gli autori con disagio psichico non sono diversi dai grandi rappresentanti della storia dell’arte e come tali vanno valorizzati e promossi».
Arte e follia possono convivere o, come la storia insegna, la seconda prende il sopravvento sulla prima?
«Non esiste un rapporto univoco tra arte e follia. In alcuni casi la malattia mentale può incidere sulla creatività bloccandola o inibendola. C’è anche chi afferma, come lo psichiatra austriaco Leo Navratil, che un nucleo di creatività sia insito nelle manifestazioni psicotiche. Molti, invece, sostengono che la creatività e il talento non abbiano nulla a che fare con la patologia mentale. Ciò non esclude che l’inclinazione artistica, pur prescindendo dalla patologia, possa diventare funzionale ad essa, cioè porsi al servizio del delirio dell’autore».
A fronte delle tue ricerche, qual è lo spazio che oggi si attribuisce all’arte nei centri psichiatrici in Italia, o in alcune zone di essa?
«Non tutte le strutture psichiatriche attuali prevedono uno spazio dedicato all’espressione creativa dei pazienti ma esistono in Italia realtà laboratoriali consolidate e fertilissime: la Manica Lunga Officina Creativa a Sospiro (fig. 1), Manolibera presso la Cooperativa Nazareno di Carpi, l’atelier Adriano e Michele all’interno dell’Istituto Fatebenefratelli di san Colombano al Lambro. Sono tutte esperienze che nulla hanno da invidiare ai centri creativi internazionali che coinvolgono artisti professionisti: dalle collaborazioni con designer e grafici, alle partecipazioni a concorsi e mostre, ai contatti con i circuiti museali e i collezionisti stranieri. Del resto non si dimentichi che l’Italia ha avuto un ruolo pionieristico in quest’ambito. Penso al Laboratorio P presso l’Ospedale Psichiatrico san Giovanni di Trieste o all’atelier nato a Verona all’interno del manicomio di san Giacomo alla Tomba nel 1957, fondato dallo scultore scozzese Michael Noble. Qui vi è stato ospite Carlo Zinelli che, internato con una diagnosi di schizofrenia paranoide e inizialmente estraneo alla pratica artistica, ha realizzato, nell’arco di un ventennio, più di duemila opere (fig. 2) e oggi è ritenuto unanimamente, anche all’estero, uno dei massimi rappresentanti dell’outsider art e non solo».

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