“Change happens”, parola di Dan Fante

Dan è il secondo figlio di John Fante, lo scrittore italo-americano onorato da un enorme successo come sceneggiatore a Hollywood ma trascurato per tutta la vita come scrittore e poi rivalutato solo dopo la sua morte da Charles Bukowski.

Obama parlava di change. Change è anche al centro di Buttarsi, l’ultimo romanzo di Dan Fante che esce questo giugno edito da Marcos y Marcos e che l’autore presenta al TTV sabato 12 giugno nelle sale del Palazzo Turismo (ore 21.15). Più che di una presentazione si tratterà di un incontro fra due libri “disperati”: quello di Dan e i racconti di Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz, che, attraverso le sue ossessioni e le sue emozioni di artista dai linguaggi plurimi, ricrea un’atmosfera di attesa e di sensualità, inseguendo i contorni del pensiero e delle vibrazioni dell’anima. In esclusiva per In-visibile Dan Fante ci racconta cosa ne pensa del vivere tumultuoso e del perché verrà in Italia.

Dan, come va in Arizona?

«Bene, ho una nuova casa…. fa molto caldo… (ride)»

Cosa ti ha spinto ad andare via da Los Angeles?

«Los Angeles mi aveva stancato. Ci ero nato e cresciuto, e poi ci avevo vissuto per anni dopo essere tornato da New York. Se tu avessi potuto vedere che città era negli anni Cinquanta, quando ero bambino… è diventata molto diversa ora. Se una volta c’erano due o tre milioni di persone adesso la popolazione è quintuplicata. C’è una bella differenza tra una città molto estesa a bassa densità e una estesa e molto congestionata. A Los Angeles ti trovi in mezzo al traffico alle undici di sera in autostrada e dici “mioddio, questo è il posto più affollato del mondo!”. Sto anche pensando di prendere casa a Torricella Foligna in Abruzzo e di farmi cinque mesi all’anno in Italia…»

Sapevo che hai radici abruzzesi ma che rapporto hai con l’Italia?

«Mi piacerebbe molto viverci e anche poterci lavorare. L’Italia è la mia patria ancestrale e io mi sento benissimo soltanto per il fatto di esserci. In Italia ti senti accudito e coccolato e le persone si prendono cura di te, anche a dispetto dei governanti attuali».

Eh beh, nonostante tutti i problemi che ha, l’Italia è sempre un gran bel posto. Che va mantenuto tale. Infatti, ho saputo che ti sei mobilitato contro le trivellazioni petrolifere in Abruzzo…

«Mah, guarda, io ho questa opinione: la gente in Italia non ha abbastanza voce in capitolo nelle decisioni che prende il governo (o i “big business” di turno) e, per quanto ne so, non ci sono sufficienti enti di protezione dell’ambiente: non vorrei che la situazione potesse mai sfociare in quello che si è visto nell’America Centrale, dove le compagnie petrolifere hanno sfigurato il paesaggio. Cioè, c’e` bisogno di vedere qualche studio a livello ambientale, di avere qualche carta in mano in più prima di mettersi a fare contratti e appalti. Sono decisamente contrario ai grandi investimenti commerciali, che fruttano moltissimo ai grandi, lasciando ben poco al patrimonio delle genti locali e della regione».

Manca forse una più forte presenza della classe intellettuale…

«Certo, anche se la cultura è comunque molto ben preservata e i valori nazionali non coincidono del tutto col capitalismo, ciò che rende l’Italia ancora un paese altamente vivibile».

In tutto questo come hai deciso di finire la saga di Bruno Dante (nda: Bruno Dante è il protagonista di una trilogia costituita da Chump Change, Mooch, e Spitting off Tall Buildings)?

«Non so ancora. Forse 86’d sarà l’ultimo libro o magari ce ne sarà un altro, sto appunto lavorando a un detective thriller con lo stesso tipo di protagonista ma sotto altro nome.

Dunque l’idea di Bruno Dante, il personaggio alienato da spostamenti e capovolgimenti rimane.

«Molti mi hanno detto che si immedesimano in questo personaggio. Mi sembra che sia così anche in Italia, dove un gran numero di lettori abituati al genere poliziesco gravitino su storie a carattere soggettivo, individuale, qualcuno in cui identificarsi, la storia di Bruno…»

E tu come pensi che si faccia a infilare una via d’uscita (che può benissimo essere un punto di partenza) quando tutto sembra perduto?

«Dipende molto da dove uno decide di andare con sé stesso, dal proprio percorso: le difficoltà arrivano comunque. Gli sconvolgimenti, le rivoluzioni si consumano a livello personale e servono per indicare una direzione alternativa. Chi conosce le filosofie orientali chiama queste difficoltà un dono, come una bussola da cui è possibile orientarsi e vedere gli oggetti in lontananza, che permette di capire le distanze e facilita il movimento all’interno di uno spazio altrimenti indefinito. Bruno, per esempio, è un tipo che finisce per sopravvivere perché ce la vuole fare. Alla fine di 86’d questo diventa chiaro: vuole diventare scrittore per potersi esprimere e allo stesso tempo per redimersi e la sua idea di redenzione alla fine è quella di andare avanti».

Wow, sono parole piene di ispirazione.

«Il cambiamento è inevitabile,‘change happens’, indipendentemente da che uno lo prenda per un colpo in testa o che decida di farsi i denti. Bruno direbbe “voglio sopravvivere, voglio andare avanti” o, come si dice, “il dolore è inevitabile, ma soffrirne è un optional”. Guarda, io sono stato sposato quattro volte, ho fatto bancarotta e ne ho passate tante, ma ho continuato ad andare avanti e ho imparato che quando ti trovi a una certa distanza ti giri e vedi quello che è successo, capisci che c’è una lezione da imparare. L’uomo può sopravvivere a tutto e ci riempie di saggezza compiere questo passaggio a ostacoli».

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