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Quelli del Complotto oggi

Del nucleo originario di sei, gli ex Complotto Grafico che ci accolgono sono quattro: Maurizio Castelvetro, Stefano Ferroni, Giovanni Tommaso Garattoni e Massimiliano Sirotti. Castelvetro si occupa di architettura e storia; Sirotti di edilizia e pittura; Garattoni spazia fra architettura, design e grafica; Ferroni è fotografo. I volti sono cambiati, le barbe sono più lunghe, i capelli più imbiancati ma lo spirito e la sinergia creativa sono intatte. Complici lo scenario (lo studio fotografico di Ferroni) che conserva numerosi cimeli degli anni ’80, la sigaretta libera, l’atmosfera di estro e leggerezza, sembra davvero di essere tornati indietro di trent’anni. È strana poi la sensazione di alchimia che nasce nel doppio schieramento ai lati del tavolo: noi “invisibili” che ci specchiamo nell’ex Complotto Grafico e loro che si riflettono in noi. A distanziarci sono proprio quei trent’anni ma non la spinta inventiva. Da una parte del tavolo c’è la voglia di immedesimarsi, di fare qualcosa che, sebbene estemporaneo, rimanga appiccicato alla pelle, alle ossa. Dall’altra parte c’è il fluire del tempo: il rivedersi come tanti anni prima, con lo stesso imbarazzo, la stessa voglia di riscattarsi e di scardinare qualche regola.  Nel colloquio a più voci si alternano momenti di silenzio ad altri di sovrapposizione/approvazione.

In primis ci è sorto spontaneo chiedere quanto abbia influito l’esperienza del Complotto Grafico nelle loro vite e le risposte sono in sintonia. Per Garattoni è questione di “un approccio, un modo di vedere le cose maturato negli anni del complotto grafico aperto, disincantato che rispondeva poi al clima che stava nascendo in quegli anni, la new wave, un gran bulirone creativo che ho mantenuto nei miei lavori”. “Non potevamo essere definiti tecnici di qualche materia – aggiunge Sirotti – nessuno di noi aveva fatto studi specifici di grafica. Ci caratterizzava questo approccio di mescolanza che univa diverse forme di comunicazione, questo sguardo trasversale che ci permetteva di uscire dagli schemi e che permane tutt’ora”. “L’intenzione – osserva Ferroni – era che il nostro lavoro corrispondesse a un modo di vivere di tutti i giorni. Quella del Complotto Grafico era ed è una filosofia di vita che consiste nell’avere sempre un atteggiamento poco serio. È chiaro che, occupandomi di moda, sono costretto a seguire determinate tendenze, ma la voglia di sperimentare, il gusto del provare sono ancora vivi”. Garattoni asserisce: “si, è proprio vero, infatti ho sempre fatto solo ciò che mi divertiva. Anche a scapito del versante economico. I grandi oggetti per la spiaggia che sono stati esposti l’anno scorso in riva al mare (e che ora sono sviliti nelle rotonde) ne sono un esempio: è un approccio iconoclasta che fa molto Complotto Grafico”. Maurizio Castelvetro appare il più riflessivo e introverso del gruppo: “come architetto non ho realizzato molto proprio per il mio atteggiamento di ricerca molto spinto. Ho sempre messo in primo piano l’aspetto comunicativo, ovvero la necessità di stabilire un contatto profondo, non solo epidermico, con lo spettatore. Mi ricordo che già ai tempi del complotto usavamo la tecnica del brainstorming, il motore era sempre Sauro Fiori. Venivano fuori un sacco di idee, anche follie ma che portavano a progetti forti, validi”. Sirotti trova sfogo all’edilizia precettata (“ci sono regole ferree ma quando c’è la possibilità mi piace divertirmi per fare cose che altri riterrebbero senz’altro irriverenti”) nella pittura: “nella mia pittura permane lo spirito del Complotto, non catturo mai dei bei soggetti, sarebbe banale, come se Stefano dovesse immortalare Naomi Campbell, cerco di far emergere la forza della pittura calcando l’attenzione su atmosfere metafisiche, surreali, non belle di per sé”. E quando chiediamo che ne pensano dei creativi di oggi la risposta è unanime: “la mancanza di mezzi degli anni ‘80 costringeva a riflettere, facevamo di necessità virtù. Oggi il progetto coincide per lo più col prodotto, non c’è più la sorpresa, si vede già il risultato sul computer che spesso è meglio di quello stampato”.

E poi che dire, impossibile riportare su carta i “Ma ti ricordi quando Castelvetro è rimasto fuori dalla mostra organizzata da lui? E quando ha parcheggiato e la macchina vicino è andata in fiamme e poi è scoppiata anche la sua? E le follie di Fiori?”…

Carlotta frenquellucci e Gaia Martignoni Romanini

Foto: Andrea Lisi

La notte dei desideri a Rivabella

A Rivabella di Rimini il 10 agosto, San Lorenzo, è la notte dei desideri. Maurizio Argan e Giovanni Casadei firmano la direzione artistica di quest’evento che si snoda nei luoghi più singolari e suggestivi di Rivabella. “Quest’anno la notte dei desideri – ci informa Maurizio Argan – con sforzi economici enormi e con l’intenzione di dimostrare che i comitati turistici non sono solo “vino, ciambella e piadina”, oltre ad avere numerosi artisti nuovi e validi (il gruppo Guanti di Marco per esempio hanno vinto in questi giorni a Roma il premio della critica nella manifestazione Geometrie Sonore, festival per band emergenti) ha puntato su due ospiti d’onore: le dee della notte e resextensa”. Le dee della notte, ovvero le quattro brave attrici riminesi Chiara Cicognani, Damiana Bertozzi Fraternali, Camilla Fabbrizioli e Stefania Tamburini portano in scena un recital di poesie e testi sul desiderio, che spaziano da La tempesta di Shakespeare alle posie d’amore di Alda Merini, in un’atmosfera magica, creata dalla scena e dagli splendidi abiti stile ‘700 creati appositamente dalla stilista Raffaella Riccio. La Riccio vestirà anche Elisa Barucchieri e Anna Moscatelli, ovvero la compagnia rextensa di bari, che presenteranno Dos pezes, los dos, uno spettacolo sulle note sensuali del tango giudicato migliore performance dell’anno di danza in Norvegia. Resextensa hanno danzato nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Torino, aperto l’anno della cultura in Cina e sono state assistenti di Carloyn Carso e Susanne Linke.

COMPLOTTO GRAFICO ANNI ‘80

Ripercorrere la vita artistica di Complotto Grafico è come calarsi nella New York della Factory di Andy Warhol, fra gli anni settanta e i primi anni ottanta. Se si cerca tra i ricordi di un passato recente per restituire le testimonianze dei protagonisti che hanno condiviso le esperienze della Rimini underground anni ottanta, evocandone l’atmosfera postmoderna, l’approdo è l’arte visiva di Complotto Grafico. Il nome Complotto Grafico deriva da “Great Complot of Pordenone”, un gruppo musicale di Pordenone citato su un numero del 1981 della rivista bolognese Frigidaire. Il marchio rappresenta un’idea di dinamismo: la vitalità della spirale e l’incisività della freccia simboleggiano lo spirito forte, deciso, energico con cui si affrontano i problemi; la presenza del mare richiamata dalla pinna o vela è il simbolo di una visione morbida e elastica, sicuramente balneare. (continua…)

FUMO: Fu.turismo Mo.rcianese

E’ un progetto del tutto nuovo quello che il Comune di Morciano di Romagna, borgo dell’entroterra riminese, si appresta ad organizzare: una manifestazione estiva, dal taglio culturale, che si ispira all’Avanguardia Futurista, movimento artistico caratterizzante per la città. Morciano dedica infatti una straordinaria tre giorni dal titolo “FU.MO Fu.turismo Mo.rcianese”dal 31 luglio al 1 agosto – al pittore Umberto Boccioni i cui genitori erano morcianesi: Raffaele Boccioni, usciere di prefettura e Cecilia Forlani, sarta.

Il pittore futurista, nato a Reggio Calabria nel 1882, era romagnolo non solo per le sue origini, ma per le evidenti caratteristiche acquisite nell’ambito familiare dove le usanze, la cultura e la parlata erano tutte morcianesi e rimasero inalterate in lui, nonostante i lunghi periodi trascorsi nelle varie città italiane. “Egli non era romagnolo di nascita ma pochi avevano caratteristiche romagnole come lui e lui si vantava di averle! Poi è giusto e bello che Morciano lo consideri un suo concittadino perché lì ha avuto origini, perché lì sono nati i suoi genitori”. Si legge in una lettera scritta dalla sorella Amelia alla zia morcianese Clarice.

Morciano di Romagna pertanto intende rendere omaggio al noto artista con un evento dedicato al Futurismo e in particolare modo, per l’edizione 2010, alla città futurista. L’originale titolo della kermesse, FU.MO Fu.turismo Mo.rcianese, si deve al direttore artistico Sonia Vico che si è ispirata all’avanguardia e all’originalità dei suoi artefici, famosi per essere rivoluzionari e provocatori.

Proiezioni visive, artisti di strada e figuranti, tutto in chiave dinamica e spettacolare: Morciano di Romagna, il 30 e 31 luglio e domenica 1 agosto dalle 21 in poi sarà animato da straordinari spettacoli, alcuni dei quali rappresentati per la prima volta nel territorio riminese.

Sarà tutto il paese ad essere coinvolto con vetrine a tema, bar, ristoranti, forni, gastronomie, pasticcerie, parrucchiere ed estetiste che usciranno in strada dando vita a veri e propri salotti che qualificheranno le attività commerciali insieme ad espositori, rigorosamente selezionati, per divenire anche loro protagonisti della festa. Ed ancora giochi di luce e colori, eventi, iniziative di poesia, musica, danza e giocoleria.

Inoltre in ricordo di Boccioni sarà  ricreato il quartiere degli artisti: pittori, scultori, installatori, writers in azione durante la festa ed aree attrezzate per disegnare, colorare e divertirsi in nome dell‘avanguardia artistica. Mercatino d’arte e d’artigianato, espositori ed esposizioni ‘futuriste’ e menù a tema con le specialità romagnole con un tocco futurista, tra cui non mancherà la cena bendata con teatro alla carta.

Morciano si presenterà dunque come un paese addobbato a festa che permetterà di scoprire i temi salienti dell’avanguardia: l’esplosione dei rumori e dei suoni, il mito dell’automobile e dell’aeroplano e lo sprezzo per il pericolo attraverso acrobazie aeree e giocoleria. Arriverà addirittura un circo con il sapore d‘altri tempi ma pieno di valori aperti verso il futuro, con una scenografia impreziosita da autentici pezzi di collezionismo d‘epoca…

Così come saranno di grande impatto le danze verticali che sfideranno la gravità usando come palcoscenico lo spazio “vuoto”, la dimensione aerea e le forme del paesaggio. È così che un nuovo punto di vista, inaspettato ed insolito, una nuova prospettiva visiva e cinetica, saranno proposte al pubblico che vedrà trasformarsi l’ambiente in figure, visioni, forme via via differenti.

E poi ancora: giochi futuristi, installazioni rumorose, concerti, balletti e tanto altro. Il tutto guidato da un protagonista d’eccezione: Filippo Tommaso Marinetti

Ingresso libero – programma completo su: www.morciano.it

Fagarazzi & Zuffellato, l’aspetto paradossale del criminale pop

Fagarazzi & Zuffellato sono tra i protagonisti di Santarcangelo 40. Andrea Fagarazzi è nato in Italia, I-Chen Zuffellato a Taiwan. Sono due giovani artisti con base a Vicenza e dal 2005 collaborano insieme. Entrambi provengono dal mondo delle arti performative e hanno deciso di incrociare le loro strade per cercarne una comune dove poter decostruire e ricostruire la realtà a cui siamo abituati, smontandone gli schemi e svelandone i meccanismi. Presentano al festival Enimirc, spettacolo che affronta proprio il rapporto tra performer/spettatore e il cui titolo, letto al contrario, svela il tema della riflessione su cui si impernia. Enimirc è il risultato di una gestazione che ha visto una sua importante fase nelle prove aperte svoltesi a Santarcangelo, a novembre, con i volontari-spettatori radunatisi in seguito al bando React!.

Li incontriamo proprio a Santarcangelo, luogo che hanno visitato quest’anno per la prima volta, intenti nelle prove.

Qual è stata la risposta al bando React! e a cosa ha portato la prova aperta di novembre?

«La risposta è stata assolutamente al di sopra delle nostre aspettative e quella di novembre è stata una tappa fondamentale per approfondire il progetto con nuove scene e soluzioni. C’è stata una vera svolta rispetto al lavoro iniziale che abbiamo testato a Prato – Fabbrica Europa Festival 09, e che era pensato solo per una decina di spettatori».

Il presupposto dell’interazione col pubblico porta ad improvvisare?

«No, tutto è definito, lo spettacolo ha una struttura molto matematica, tutti i sessanta minuti sono stati pensati e previsti con rigore. La soglia di interpretazione pertiene solo allo spettatore».

Dunque cosa ci dobbiamo aspettare da Enimirc, qual è la sua cifra peculiare?

«Come suggerisce in maniera criptica il titolo, ci siamo focalizzati sul crimine, sulla popolarita’ della cronaca nera, cercando poi di individuare gli aspetti meno evidenti, quelli che noi chiamiamo “delitti invisibili”. Ci interessa anche l’aspetto paradossale del “criminale pop”, quando la sua spettacolarizzazione mediatica e il voyeurismo popolare lo mitizzano. È un processo di decostruzione del crimine analizzato nel suo rapporto con l’arte. Enimirc e’ un meccanismo dentro il quale avviene la messa in crisi dei ruoli prestabiliti di performer e spettatore.».

La vostra ricerca appare caratterizzata dal distacco dalle consuetudini e dalle aspettative ma anche dalla denuncia di tematiche sociali importanti. Si può parlare di teatro civile?

«Ci interessa sicuramente porre questioni attorno ai ruoli prestabiliti dalla società, ma non ci rispecchiamo nel teatro civile, e in generale cerchiamo di non cadere sotto un’etichettatura. Anche per questo non seguiamo una linea stilistica immediatamente riconoscibile, ma tentiamo di trovare il linguaggio artistico piu’ congeniale a seconda della tematica che vogliamo trattare».

Può essere considerato questo quindi il fil rouge del vostro fare teatro?

«Il fil rouge è la ricerca sull’identità dell’essere umano e le sue possibili alterazioni. Nel nostro personale processo di ricerca Enimirc è fino ad oggi lo spettacolo che meglio contiene i punti cardine su cui si focalizza il nostro lavoro».

Molti dei vostri progetti sono stati presentati all’estero, che bilancio fareste della scena internazionale rapportata a quella italiana?

«Entrambi abbiamo studiato e lavorato all’estero e con i nostri lavori siamo spesso in residenza al di fuori dell’Italia,. Per noi la relazione con realtà esterne al contesto italiano e’ necessaria e vitale perché ci offre degli stimoli molto diversi dall’ambito culturale da cui proveniamo. Nonostante questo non vogliamo cedere alla tendenza di essere esterofili, anche se bisogna riconoscere che alcune dinamiche e l’approccio al lavoro sono a volte molto diverse. In parte perchè ci sono maggiori fondi a disposizione della cultura e spazi alternativi per la ricerca, e in parte si riscontra una mentalità più aperta, pronta a rischiare nuove sperimentazioni e una minor necessità stringente che il working progress venga presentato come prodotto finito o di facile fruizione commerciale. Va riconosciuto però che negli ultimi anni in Italia le cose stanno lentamente cambiando, e il festival di Santarcangelo ne è un esempio, anche se la situazione politica attuale sta agendo esattamente contro questo tentativo di aprirsi a un livello perlomeno europeo e la situazione economica in cui versa il teatro italiano non ci permette di confrontarci parimenti con altre strutture internazionali. Per noi lavorare in Italia è come essere sempre in uno stato di emergenza».