Inizio Agosto in Valmarecchia. Ci sono tutti gli elementi del vero happening: ospiti internazionali – soprattutto spagnoli – sponsor green economy, reading e prime assolute, performance danzanti, giovani alla riscoperta dei propri tratti idiomatici, D come donna, tetro per musica, arte in mostra e laboratori alla scoperta del futuro che si cela nelle rocce maestose di questo magnifico universo parallelo della provincia di Rimini. Per gli amanti del teatro: l’1 Agosto al Teatro Sociale di Novafeltria, la prima dello spettacolo Lascia l’amore di lato di José Sancis Sinisterra; il 3 Note di donne e il 6 Le piume di Niobe (Teatro Montefeltro), entrambi incentrati sul tema della donna. Il 7 in piazza a Novafeltria N-It /N-Es, evento di particolare rilievo, uno spettacolo/certame danzante che avvicina giovani interpreti di Novafeltria e ragazzi provenienti dal barrio Torre Barò di Barcellona, per parlare di creatività, classe sociale, comunicazione ed educazione. Per quanto riguarda la musica, segnaliamo L’Istrice (1 Agosto a Sartiano) gruppo musicale locale, non altolocato, che propone un’alternativa finalmente italiana e magari gradevole alla noiosa e bambocciona MTV (da notare anche lo spettacolo d’apertura, Note di Zolfo che appaia sasso e tecnologia, musica elettronica e La Banda dei Minatori di Perticara, elemento centocinquantenario e quasi mitologico della cultura autoctona marecchiese). Con Fahrenheit 450, progetto speciale pomeridiano, si vanno a tracciare, scrivendoli, i meccanismi dell’alternanza generazionale tra nonni e nipoti. Con Mirandolinae, spettacolo pseudo-Goldoniano, si commenta con sorprendente interesse il problema della trasmissione della tradizione teatrale Italiana in ambito internazionale e della sua trasposizione ad opera di attori stranieri. Il Valmarecchia Festival promette molte belle cose, insomma, insieme a un’occasione per riflettere sulla vocazione esterofila e rinnovatrice della cultura Italiana, che spesso pesa, e non solo metaforicamente, più degli inamovibili sassi di basalto marecchiese sul futuro delle nostre terre, dense di coscienze popolari e inscindibili dalla materia, onnipresente e odierna, dell’antichità. Da vedere i dintorni, magari anche prendendosela comoda, per godersi il verde e il giallo dei paesaggi, quasi “marziani”, e per sentire lo stridere dei grilli che cambia di frequenza al passaggio dall’assolato pomeriggio alla notte. C’e la luna appena calante. Fino al 7 Agosto.
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BWV, omaggio a Bach
Quest’anno gli appuntamenti della Sagra Musicale Malatestiana si aprono con una rubrica dedicata al grande compositore di Lipsia. Il primo concerto il 4 agosto al Teatro degli Atti (ore 21.30) ospita i musicisti dell’Ensemble Pian e Forte. Fa strano pensare che a suo tempo, cioè nel mille e settecento, il nome Bach fosse associato non allo sconosciuto Johann Sebastian, ma al più celebre figlio, Carl Philip Emanuel (per gli amici “C.P.E”) un compositore che Beethoven ossequiava con l’appellativo di Romantico(!). E forse sarebbe bene ricordare che nel Settecento la musica strumentale era in fondo un sottogenere a basso costo della opulenta e sboccacciata Opera Italiana, quella che la cultura nord Europea, e anche Bach stesso, ci invidiava e ci copiava. Ne è passata di acqua sotto i ponti e anche di musica nelle ugole dei migliori canterini nostrani da quei tempi così estranei al e anche, se vogliamo, un po’ parrucconi. Ma è dagli anni ‘80 che il rinnovo della cosiddetta ‘prassi esecutiva’ o della ‘esecuzione autentica’ promette di aver riallacciato le corde di un sipario che da tempo era stato calato sull’espressività, sul modo di vivere il tempo e di concepire i suoni che signoreggiava nella musica del Seicento e del Settecento. C’è quindi da sperare che anche a Rimini sia tornato a vivere lo spirito della musica barocca e di non doversi mettere ad ascoltare la solita monotona riesecuzione di grandi brani del Maestro, atta a pacificare l’avvizzito spirito critico dei discofili più severi. Antonio Frigè, direttore di Pian e Forte ci parla della sua esperienza come esecutore di musica antica su strumenti dell’epoca e ci dà un assaggio della musica in programma per concerto di apertura.
Come è nato il vostro gruppo?
«Io e Gabriele Cassone suonavamo in duo già dal lontano 1982, io l’organo e lui la tromba: come si può immaginare un repertorio davvero ridotto! Volevamo riuscire ad eseguire musica per tromba e organo in tutte le sue configurazioni e composizioni più svariate e così, dopo i primi anni, abbiamo sentito l’esigenza di allargarci e di fondare Pian e Forte, includendo nel nostro organico anche un quintetto d’archi e la voce quando ce n’era bisogno. Come accadeva nel periodo barocco, il numero degli strumentisti è variabile e viene adattato molto spontaneamente a seconda dei repetori».
Come avete messo insieme il programma che suonerete per la Sagra?
Quando ci hanno chiesto di fare solo Bach siamo rimasti un po’ disorientati: con un organico così ridotto non è stato semplice. Abbiamo puntato subito sui cosiddetti cavalli di battaglia come la cantata BWV 51, ma anche su pezzi più insospettabili come un’aria per soprano e la tromba da caccia. Siamo riusciti a includere gli unici due brani del repertorio bachiano che prevedessero la sola tromba e il soprano – vale a dire senza il supporto del coro o di altri strumenti.
Che tipo di approccio usate nel suonare con tecnologie e su strumenti così antichi, rispetto, per esempio, agli standard usati nella musica classica tradizionale?
L’uso degli strumenti antichi (che molto spesso vengono riprodotti esattamente da esemplari unici) e la lettura dei manuali dell’epoca ci portano non tanto a cercare il modo in cui si suonavano e si ascoltavano realmente queste musiche, ma ad attualizzarlo e a ricrearlo in base alle esigenze contemporanee. La concezione del tempo che abbiamo noi è indelebilmente diversa da quella che avevano trecento anni fa: la creatività e lo studio aiutano non poco a ricostruire la prassi esecutiva antica, con l’intento di rendere udibile e di fare arrivare lo spirito che queste musiche un tempo avevano. La tromba ‘naturale’ è sicuramente lo strumento più diverso rispetto alla controparte odierna, ha una sonorità molto ridotta e quindi tutto il modo di suonare dell’orchestra va ricalibrato.
Si può dire che Bach osservasse moltissimo e amasse la musica Italiana dell’epoca. Nel recuperare i fili di questa interculturalità archeologica, tra Italia e Germania del Settecento, che ruolo gioca il senso estetico nostrano?
Ci sono diverse scuole di esecuzione. Gli Olandesi per esempio sono molto severi e non lasciano trapelare niente di eccessivamente emozionale. Noi Italiani, al contrario, tendiamo a dare la nostra impronta mediterranea, recuperando abbellimenti e modi di improvvisare che sono da sempre tipici del nostro atteggiamento musicale. Se pensiamo alle esecuzioni di vent’anni fa dei gruppi olandesi, ma anche di quelli inglesi, che da un lato ci hanno aperto gli occhi, le troviamo in un certo senso molto algide e distaccate. Sicuramente Bach era affascinato dalla musica nostra, soprattutto sotto il punto di vista compositivo. La Triosonata del programma fu pensata da Bach sulla formula del concerto italiano. L’Adagio del Concerto in Fa minore, per esempio, si apre con una dolcezza e una cantabilità interamente italiana. E tuttavia anche osservando la musica nella sua complessità si scorge una severità che non lascia molto spazio al libero arbitrio.
Al di là delle considerazioni sullo stile, come pensa che il pubblico non esperto, di giovani o magari semplicemente di curiosi, possa relazionarsi a una musica pensata per un’audience così temporalmente diversa?
Io penso che sia assolutamente possibile ascoltare la musica storica e relazionarcisi. Diciamo che la riscoperta della prassi esecutiva antica ha reso più piacevole l’ascolto. Anche un compositore come Bach, in versioni seppur pregiatissime come quelle orchestrali di Herbert von Karajan, era fino a poco tempo fa ascoltato solo da super appassionati. Oggi si riescono ad apprezzare invece musiche anche a un livello più viscerale, proprio perchè sono suonate in maniera molto più udibile e fruibile. Vivaldi, per esempio – che a suo tempo era famoso soprattutto come operista e non come compositore strumentale – è al centro di un grosso revival e si stanno cominciando a ricopiare e a suonare anche quelle opere che erano state dimenticate, proprio perchè questo modo di suonare le ha rese più accessibili e piacevoli.
“Change happens”, parola di Dan Fante
Dan è il secondo figlio di John Fante, lo scrittore italo-americano onorato da un enorme successo come sceneggiatore a Hollywood ma trascurato per tutta la vita come scrittore e poi rivalutato solo dopo la sua morte da Charles Bukowski.
Obama parlava di change. Change è anche al centro di Buttarsi, l’ultimo romanzo di Dan Fante che esce questo giugno edito da Marcos y Marcos e che l’autore presenta al TTV sabato 12 giugno nelle sale del Palazzo Turismo (ore 21.15). Più che di una presentazione si tratterà di un incontro fra due libri “disperati”: quello di Dan e i racconti di Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz, che, attraverso le sue ossessioni e le sue emozioni di artista dai linguaggi plurimi, ricrea un’atmosfera di attesa e di sensualità, inseguendo i contorni del pensiero e delle vibrazioni dell’anima. In esclusiva per In-visibile Dan Fante ci racconta cosa ne pensa del vivere tumultuoso e del perché verrà in Italia.
Dan, come va in Arizona?
«Bene, ho una nuova casa…. fa molto caldo… (ride)»
Cosa ti ha spinto ad andare via da Los Angeles?
«Los Angeles mi aveva stancato. Ci ero nato e cresciuto, e poi ci avevo vissuto per anni dopo essere tornato da New York. Se tu avessi potuto vedere che città era negli anni Cinquanta, quando ero bambino… è diventata molto diversa ora. Se una volta c’erano due o tre milioni di persone adesso la popolazione è quintuplicata. C’è una bella differenza tra una città molto estesa a bassa densità e una estesa e molto congestionata. A Los Angeles ti trovi in mezzo al traffico alle undici di sera in autostrada e dici “mioddio, questo è il posto più affollato del mondo!”. Sto anche pensando di prendere casa a Torricella Foligna in Abruzzo e di farmi cinque mesi all’anno in Italia…»
Sapevo che hai radici abruzzesi ma che rapporto hai con l’Italia?
«Mi piacerebbe molto viverci e anche poterci lavorare. L’Italia è la mia patria ancestrale e io mi sento benissimo soltanto per il fatto di esserci. In Italia ti senti accudito e coccolato e le persone si prendono cura di te, anche a dispetto dei governanti attuali».
Eh beh, nonostante tutti i problemi che ha, l’Italia è sempre un gran bel posto. Che va mantenuto tale. Infatti, ho saputo che ti sei mobilitato contro le trivellazioni petrolifere in Abruzzo…
«Mah, guarda, io ho questa opinione: la gente in Italia non ha abbastanza voce in capitolo nelle decisioni che prende il governo (o i “big business” di turno) e, per quanto ne so, non ci sono sufficienti enti di protezione dell’ambiente: non vorrei che la situazione potesse mai sfociare in quello che si è visto nell’America Centrale, dove le compagnie petrolifere hanno sfigurato il paesaggio. Cioè, c’e` bisogno di vedere qualche studio a livello ambientale, di avere qualche carta in mano in più prima di mettersi a fare contratti e appalti. Sono decisamente contrario ai grandi investimenti commerciali, che fruttano moltissimo ai grandi, lasciando ben poco al patrimonio delle genti locali e della regione».
Manca forse una più forte presenza della classe intellettuale…
«Certo, anche se la cultura è comunque molto ben preservata e i valori nazionali non coincidono del tutto col capitalismo, ciò che rende l’Italia ancora un paese altamente vivibile».
In tutto questo come hai deciso di finire la saga di Bruno Dante (nda: Bruno Dante è il protagonista di una trilogia costituita da Chump Change, Mooch, e Spitting off Tall Buildings)?
«Non so ancora. Forse 86’d sarà l’ultimo libro o magari ce ne sarà un altro, sto appunto lavorando a un detective thriller con lo stesso tipo di protagonista ma sotto altro nome.
Dunque l’idea di Bruno Dante, il personaggio alienato da spostamenti e capovolgimenti rimane.
«Molti mi hanno detto che si immedesimano in questo personaggio. Mi sembra che sia così anche in Italia, dove un gran numero di lettori abituati al genere poliziesco gravitino su storie a carattere soggettivo, individuale, qualcuno in cui identificarsi, la storia di Bruno…»
E tu come pensi che si faccia a infilare una via d’uscita (che può benissimo essere un punto di partenza) quando tutto sembra perduto?
«Dipende molto da dove uno decide di andare con sé stesso, dal proprio percorso: le difficoltà arrivano comunque. Gli sconvolgimenti, le rivoluzioni si consumano a livello personale e servono per indicare una direzione alternativa. Chi conosce le filosofie orientali chiama queste difficoltà un dono, come una bussola da cui è possibile orientarsi e vedere gli oggetti in lontananza, che permette di capire le distanze e facilita il movimento all’interno di uno spazio altrimenti indefinito. Bruno, per esempio, è un tipo che finisce per sopravvivere perché ce la vuole fare. Alla fine di 86’d questo diventa chiaro: vuole diventare scrittore per potersi esprimere e allo stesso tempo per redimersi e la sua idea di redenzione alla fine è quella di andare avanti».
Wow, sono parole piene di ispirazione.
«Il cambiamento è inevitabile,‘change happens’, indipendentemente da che uno lo prenda per un colpo in testa o che decida di farsi i denti. Bruno direbbe “voglio sopravvivere, voglio andare avanti” o, come si dice, “il dolore è inevitabile, ma soffrirne è un optional”. Guarda, io sono stato sposato quattro volte, ho fatto bancarotta e ne ho passate tante, ma ho continuato ad andare avanti e ho imparato che quando ti trovi a una certa distanza ti giri e vedi quello che è successo, capisci che c’è una lezione da imparare. L’uomo può sopravvivere a tutto e ci riempie di saggezza compiere questo passaggio a ostacoli».
Da San Clemente alla città degli angeli

Da San Clemente alla Città degli Angeli, Gino Angelini, artista culinario di fama mondiale, ci invita a pranzo e ci racconta la sua storia. Ossia: da Rimini a Hollywood, atto secondo. Dopo Amarcord la cultura Riminese ha raggiunto la costa ovest degli Stati Uniti per arrivare questa volta nel piatto dei clienti della “Angelini Osteria”. Cavalli di battaglia della cucina romagnola made in L.A. sono la lasagna verde, il raviolo, la bistecca ripassata al forno – rigorosamente a legna – il branzino. (continua…)
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