Esiste un sistema infallibile per rimanere eternamente giovani in Italia: è sufficiente cimentarsi con la scrittura, la musica o la cinematografia ed è garantito che fino a quarant’anni e oltre si verrà additati quali giovani scrittori, giovani cantautori, giovani registi.
I Clamidia sono un gruppo rock giovane, uno di quelli che sgomita per trovare spazio nel mercato musicale di oggi. Insieme a Morris Celli ed Antonio Morritti, rispettivamente voce e chitarra del gruppo riccionese, cerchiamo di capire quali siano le difficoltà per chi rincorre il sogno della musica e non si accontenta di suonare cover di Ligabue o dei Police davanti al pubblico indifferente delle birrerie.
“A dodici anni scrivevamo già le prime poesie ed eravamo appassionati di Cesare Pavese. Da lì la musica è venuta per istinto: da subito abbiamo deciso di lavorare solo su pezzi nostri, abbiamo registrato alcune demo e partecipato a vari concorsi nazionali tra i quali Rock Targato Italia, nel tempo però abbiamo smesso di iscriverci ai concorsi perché ci siamo resi conto che non portano a niente.”
E intanto avete già pubblicato un album
“Si intitola La prima guerra cinese dell’oppio è un tributo alle dipendenze umane, morali e immorali. Siamo andati a scavare tra le determinanti della quotidianità della persona, dalle più semplici alle più complesse. Le registrazioni sono durate un anno, abbiamo sperimentato davvero tanto in studio, ma siamo contenti del risultato. “
Perché non avete scelto di essere una cover-band? Fareste molti più concerti…
“Preferiamo suonare poco ma cose nostre. Non ci interessa andare al pub a prendere 50 euro per suonare pezzi di Ligabue, la musica è la parte più bella della nostra vita e quindi preferiamo fare ciò che ci piace.”
Per colpa di internet i dischi non si vendono più però è molto più facile produrre musica e farsi conoscere
“È bello che tutti abbiamo la possibilità di incidere e farsi conoscere, però ciò crea un marasma di gente che suona a tutti i livelli. Anche le case discografiche sono colpevoli di quello che è successo, hanno pubblicato troppi dischi in cui sì e no si trova un pezzo decente e il resto è da buttare. Un po’ come accade nelle trasmissioni televisive pseudo-musicali in cui vengono costruiti gruppi per essere carne da macello, spremerli e farli scomparire in pochi mesi.”
Cosa serve allora per distinguersi?
“Abbiamo bisogna di suonare, del passaparola. Il problema è che i locali sono pochi, le agenzie lavorano con nomi già affermati e gruppi come il nostro devono aspettare l’occasione giusta che non è detto ci sia. Noi continuiamo perché ci crediamo e abbiamo voglia di farlo e finché c’è la voglia ci accontentiamo anche dei pochi concerti che facciamo.”
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