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BWV, omaggio a Bach

Quest’anno gli appuntamenti della Sagra Musicale Malatestiana si aprono con una rubrica dedicata al grande compositore di Lipsia. Il primo concerto il 4 agosto al Teatro degli Atti (ore 21.30) ospita i musicisti dell’Ensemble Pian e Forte. Fa strano pensare che a suo tempo, cioè nel mille e settecento, il nome Bach fosse associato non allo sconosciuto Johann Sebastian, ma al più celebre figlio, Carl Philip Emanuel (per gli amici “C.P.E”) un compositore che Beethoven ossequiava con l’appellativo di Romantico(!). E forse sarebbe bene ricordare che nel Settecento la musica strumentale era in fondo un sottogenere a basso costo della opulenta e sboccacciata Opera Italiana, quella che la cultura nord Europea, e anche Bach stesso, ci invidiava e ci copiava. Ne è passata di acqua sotto i ponti e anche di musica nelle ugole dei migliori canterini nostrani da quei tempi così estranei al e anche, se vogliamo, un po’ parrucconi. Ma è dagli anni ‘80 che il rinnovo della cosiddetta ‘prassi esecutiva’ o della ‘esecuzione autentica’ promette di aver riallacciato le corde di un sipario che da tempo era stato calato sull’espressività, sul modo di vivere il tempo e di concepire i suoni che signoreggiava nella musica del Seicento e del Settecento. C’è quindi da sperare che anche a Rimini sia tornato a vivere lo spirito della musica barocca e di non doversi mettere ad ascoltare la solita monotona riesecuzione di grandi brani del Maestro, atta a pacificare l’avvizzito spirito critico dei discofili più severi. Antonio Frigè, direttore di Pian e Forte ci parla della sua esperienza come esecutore di musica antica su strumenti dell’epoca e ci dà un assaggio della musica in programma per concerto di apertura.

Come è nato il vostro gruppo?

«Io e Gabriele Cassone suonavamo in duo già dal lontano 1982, io l’organo e lui la tromba: come si può immaginare un repertorio davvero ridotto! Volevamo riuscire ad eseguire musica per tromba e organo in tutte le sue configurazioni e composizioni più svariate e così, dopo i primi anni, abbiamo sentito l’esigenza di allargarci e di fondare Pian e Forte, includendo nel nostro organico anche un quintetto d’archi e la voce quando ce n’era bisogno. Come accadeva nel periodo barocco, il numero degli strumentisti è variabile e viene adattato molto spontaneamente a seconda dei repetori».

Come avete messo insieme il programma che suonerete per la Sagra?

Quando ci hanno chiesto di fare solo Bach siamo rimasti un po’ disorientati: con un organico così ridotto non è stato semplice. Abbiamo puntato subito sui cosiddetti cavalli di battaglia come la cantata BWV 51, ma anche su pezzi più insospettabili come un’aria per soprano e la tromba da caccia. Siamo riusciti a includere gli unici due brani del repertorio bachiano che prevedessero la sola tromba e il soprano – vale a dire senza il supporto del coro o di altri strumenti.

Che tipo di approccio usate nel suonare con tecnologie e su strumenti così antichi, rispetto, per esempio, agli standard usati nella musica classica tradizionale?

L’uso degli strumenti antichi (che molto spesso vengono riprodotti esattamente da esemplari unici) e la lettura dei manuali dell’epoca ci portano non tanto a cercare il modo in cui si suonavano e si ascoltavano realmente queste musiche, ma ad attualizzarlo e a ricrearlo in base alle esigenze contemporanee. La concezione del tempo che abbiamo noi è indelebilmente diversa da quella che avevano trecento anni fa: la creatività e lo studio aiutano non poco a ricostruire la prassi esecutiva antica, con l’intento di rendere udibile e di fare arrivare lo spirito che queste musiche un tempo avevano. La tromba ‘naturale’ è sicuramente lo strumento più diverso rispetto alla controparte odierna, ha una sonorità molto ridotta e quindi tutto il modo di suonare dell’orchestra va ricalibrato.

Si può dire che Bach osservasse moltissimo e amasse la musica Italiana dell’epoca. Nel recuperare i fili di questa interculturalità archeologica, tra Italia e Germania del Settecento, che ruolo gioca il senso estetico nostrano?

Ci sono diverse scuole di esecuzione. Gli Olandesi per esempio sono molto severi e non lasciano trapelare niente di eccessivamente emozionale. Noi Italiani, al contrario, tendiamo a dare la nostra impronta mediterranea, recuperando abbellimenti e modi di improvvisare che sono da sempre tipici del nostro atteggiamento musicale. Se pensiamo alle esecuzioni di vent’anni fa dei gruppi olandesi, ma anche di quelli inglesi, che da un lato ci hanno aperto gli occhi, le troviamo in un certo senso molto algide e distaccate. Sicuramente Bach era affascinato dalla musica nostra, soprattutto sotto il punto di vista compositivo. La Triosonata del programma fu pensata da Bach sulla formula del concerto italiano. L’Adagio del Concerto in Fa minore, per esempio, si apre con una dolcezza e una cantabilità interamente italiana. E tuttavia anche osservando la musica nella sua complessità si scorge una severità che non lascia molto spazio al libero arbitrio.

Al di là delle considerazioni sullo stile, come pensa che il pubblico non esperto, di giovani o magari semplicemente di curiosi, possa relazionarsi a una musica pensata per un’audience così temporalmente diversa?

Io penso che sia assolutamente possibile ascoltare la musica storica e relazionarcisi. Diciamo che la riscoperta della prassi esecutiva antica ha reso più piacevole l’ascolto. Anche un compositore come Bach, in versioni seppur pregiatissime come quelle orchestrali di Herbert von Karajan, era fino a poco tempo fa ascoltato solo da super appassionati. Oggi si riescono ad apprezzare invece musiche anche a un livello più viscerale, proprio perchè sono suonate in maniera molto più udibile e fruibile. Vivaldi, per esempio – che a suo tempo era famoso soprattutto come operista e non come compositore strumentale – è al centro di un grosso revival e si stanno cominciando a ricopiare e a suonare anche quelle opere che erano state dimenticate, proprio perchè questo modo di suonare le ha rese più accessibili e piacevoli.

Guano Padano, musica dalla pianura

Leggi la biografia di Alessandro “Asso” Stefana e immagini abbia almeno cinquant’anni, poi lo incontri e scopri che non ne ha nemmeno trenta nonostante nella custodia della sua sei corde abbia talmente tanti progetti che forse nemmeno lui li ricorda tutti: da anni chitarrista di Vinicio Capossela, da un po’ con Mike Patton nel progetto Mondocane, da pochissimo ha fondato una sua etichetta discografica. E poi collaborazioni con Paolo Benvegnù, Marco Parente, Emidio Clementi, Cristina Donà e l’elenco sarebbe infinito.

Con lui però vogliamo parlare del progetto Guano Padano, trio western-psichedelico che ha debuttato nel 2009 con un album omonimo e che arriva a giugno per la prima volta in concerto a Rimini.

Tu e Zeno De Rossi eravate già compagni di viaggio nella band di Vinicio Capossela, dall’incontro con Danilo Gallo prendono vita i Guano Padano. Come e quando avete stabilito la direzione musicale del gruppo?

“Non abbiamo mai deciso nulla sulle eventuali direzioni musicali da prendere, è stato un incontro folgorante: abbiamo attaccato gli strumenti e quello che ne è uscito era il nostro suono. Un amico lo ha definito “il nuovo suono della pianura” e quest’idea ci piace.”

Le critica italiana ed estera ha elogiato l’album di debutto e c’è davvero molta curiosità intorno al vostro progetto, te lo aspettavi o pensavi che Guano Padano sarebbe stata un’avventura estemporanea tra i tanti tuoi impegni?

“Il fatto che si sia parlato molto di questo progetto ci ha stupito enormemente, a maggior ragione per il fatto che il disco non è stato pubblicato per un’etichetta italiana e che la promozione è stata gestita da noi autonomamente. Spesso mi tiro indietro nel formare nuove band, proprio per la paura di non riuscire a vivere in pieno la situazione e di non avere tempo di seguirla come mi piacerebbe.”

La musica dei Guano Padano è praticamente unica in Italia: nonostante la lunga tradizione delle colonne sonore non ci sono altre band che suonano come voi, riuscite a trovare spazi per esibirvi ed un pubblico disposto ad ascoltarvi?

“Stiamo riscontrando un’attenzione del pubblico sorprendente. Anche nei grossi club, solitamente “rumorosi” percepiamo un ascolto attento durante i nostri concerti. Anche se non riusciamo a suonare quanto vorremmo, quando stabiliamo un periodo per i concerti riusciamo sempre a riempirlo. Quindi gli spazi ci sono, crescono continuamente anche piccoli club o circoli gestiti da ragazzi giovani, spesso nelle città italiane ci sono diversi locali per suonare.”

Nella vostra musica l’immaginario cinematografico e western è sicuramente l’aspetto preponderante, quali sono le pellicole e le colonne sonore che hanno ispirato la stesura dell’album?

“In realtà quando abbiamo composto i brani del disco, spesso nati da improvvisazioni in studio, non intendevamo ispirarci a colonne sonore o film in particolare. Né c’è mai stata in noi l’ambizione di creare un gruppo che facesse musica da film: semplicemente ciò che si sente è il risultato del nostro incontro. Chiaramente siamo amanti di tutto un filone di film che va da Kurosawa a Sergio Leone, o Tarantino piuttosto che Vittorio de Seta. Però pensandoci bene il brano Epiphany è effettivamente ispirato ad un film che abbiamo visto in sala di registrazione la notte prima.”

Il disco è uscito per la Important records, etichetta americana che aveva già pubblicato il tuo album solista. È stata una scelta ponderata o in Italia non avete trovato chi vi pubblicasse?

“Il fatto di pubblicare il disco su Important Records è stato un passo naturale, sia per i rapporti che avevo già avviato in passato, sia per il fatto che non avevamo ricevuto risposte positive nel nostro paese. Esaurita la stampa americana oggi il disco è stato ristampato in Italia per Tremoloa Records, neonata etichetta da me gestita.”

Perché avete chiamato Bobby Solo per interpretare la cover di “Ramblin’ Man”?

“Perché lui era l’uomo per quel pezzo. Ha fatto esattamente quello che gli avremmo sempre voluto sentire cantare.”

Vi hanno già chiamati per suonare oltreoceano?

“Non ancora, ma speriamo che accada presto…”

Il teatro degli orrori

Il Teatro degli Orrori impugna meritatamente lo scettro di rock band del momento. Nonostante l’indole fuori dagli schemi e tutt’altro che melodica si sono accattivati una buona fetta di pubblico già con l’album di debutto intitolato Dell’impero delle Tenebre, per poi alzare il tiro col successivo A Sangue Freddo vera rivelazione di un 2009 altrimenti poverissimo di produzioni meritevoli di attenzione. (continua…)

Nina Zilli, Soul Emiliano

Protagonista nel novembre scorso di un eccellente live al Satellite Club di Rimini, Nina Zilli da lì in poi non si è più fermata: ha pubblicato il suo primo album intitolato Sempre lontano, vinto il premio della critica al Festival di Sanremo e lanciato il suo tormentone 50mila (cantato con Giuliano Palma) anche nella colonna sonora dell’ultimo film di Ferzan Özpetek Mine Vaganti. In contemporanea a tutto ciò, una intensa tournèe riporta l’artista piacentina in Romagna: ottima scusa per incontrarla e godere della sua travolgente personalità.

Il tuo album di debutto è datato 2010, ma a dire il vero non sei esattamente un’esordiente…
«È vero, sono tantissimi anni che canto sia nei dischi che sui palchi di tutta Italia. Dopo gli inizi con varie band liceali, il mio primo vero gruppo sono stati Chiara e gli Scuri, eravamo dei beattaroli incalliti poi col tempo ci siamo spostati verso le sonorità jamaicane dello ska e del rocksteady più tradizionale. Abbiamo suonato tanto e ci siamo divertiti però ad un certo punto ho deciso di lasciare il gruppo e un po’ tutto quello che stavo facendo a partire dalla televisione dove ero inviata speciale per il Roxy Bar di Red Ronnie e Vj per Mtv. In quel periodo di pausa ho finito gli studi e mi sono laureata ma ho comunque continuato a scrivere le mie canzoni fino a sentirmi pronta a uscire come solista. Il nome che ho scelto per questa nuova avventura è un omaggio a Nina Simone, che non è stata solo una musicista straordinaria ma ha anche fatto tantissimo per le donne e per la comunità afroamericana. Ha avuto una vita travagliatissima ma non hai mai mollato, io mi auguro di avere un centesimo della forza che ha avuto lei nella vita».
Fra i gruppi che ti hanno influenzata citi icone del rock come Rolling Stones, Beatles, Madness, e Clash, come sei arrivata a fare soul?
«Perché da vera fastidiosa e pignola quale sono, amo ravanare in profondità fino alle radici di certa musica, è una cosa che faccio sempre, per esempio da piccola ho conosciuto i Persiana Jones e da lì mi sono aperta al mondo dello ska fino a scoprire i padri del genere: Madness e Specials. Poi ho ascoltato Bob Marley e fatto lo stesso col raeggae fino ad amare Alton Ellis che è il re del rocksteady. Scavando sono arrivata fino alle radici del soul e a tutto il sound della Motown che oggi è il mio dna».
Eppure, soprattutto all’inizio, ti paragonavano continuamente a Giusy Ferreri ed Amy Winehouse.
«Come in tutte le cose c’è chi si ferma in superficie e c’è chi approfondisce. Non mi danno fastidio i paragoni ma a volte sono un po’ superficiali. Giusy Ferreri in realtà ha fatto solo il primo singolo con ispirazione al mondo Motown, dopo di che il suo percorso è stato del tutto diverso. Io faccio questa musica da tanto tempo e faccio la mia musica, non quella di Giusy o di Amy Winehouse».
Anche perché tu scrivi musica e testi.
«Sì, e faccio anche la produzione artistica, il che vuol dire che ho scritto le parti per le batterie, i fiati, i bassi, le percussioni e gli archi. Comunque viva la Winehouse che ha venduto tante copie e ha fatto tornare in auge questo genere, penso che se non ci fosse stata lei forse non avrebbero pubblicato nemmeno il mio album. E poi lei è una dea».
I pezzi sul disco hanno arrangiamenti orchestrali, come li ricrei dal vivo?
«Nel live siamo più aggressivi, facciamo quel soul che è più rhythm & blues alla Otis Redding. La formazione è composta da due fiati, tastiera, chitarra, basso e batteria che è il minimo per rendere le sonorità del genere che facciamo noi. La band che mi accompagna spacca, i musicisti sono davvero eccezionali, anche perché suonare dal vivo in fondo è il nostro vero mestiere, poi si fanno i dischi, le interviste e tutto il resto, ma il nostro lavoro è il palco».
Come è avvenuto l’incontro con Giuliano Palma?
«Essendo devota al soul, al reggae, allo ska e cantando in giro per l’Italia prima o poi ti capita di incrociarti con The King. Ci siamo conosciuti tanti anni fa, ben prima di cantare insieme nel pezzo. Lui è una delle persone e degli artisti che stimo di più. È stato uno dei primi a sentire i miei provini per questo album e se mi avesse detto che gli facevano schifo li avrei buttati via, invece mi ha fatto i complimenti e così ho cominciato a gongolare prima ancora di portarli ad una casa discografica, poi guarda caso mi ha scelto proprio quella per cui incide Giuliano. È stata la ciliegina sulla torta per me, sono una donna felice!»
Qualcuno con cui vorresti suonare e cantare?
«Rafael Saadiq ed Amy Winehouse e se fossero ancora vivi Otis Redding ed Alton Ellis, intanto lo faccio nelle mie fantasie…»

15 aprile – Teatro Petrella di Longiano

The Prodigy (24 aprile – 105 Stadium, Rimini)

I Prodigy, ovvero quando basta un’idea geniale per entrare nella storia del rock. Liam Howlett, Keith Flint e Maxim, componenti del gruppo inglese, avrebbero comunque varcato le porte della Rock’n’Roll Hall of Fame grazie a 16 milioni di dischi venduti e performance live che lasciano il pubblico pogante senza più una goccia di sudore, ma nel 1996 quando il video del loro singolo Smack my bitch up comincia a circolare nelle tv musicali il nome della band entra di diritto nelle enciclopedie della musica. Il video è girato in soggettiva e documenta la giornata tipo del protagonista: si alza (molto tardi), si rade, si veste (un po’ come capita), beve whisky (tanto per cominciare a caricarsi), qualche riga di cocaina ed è pronto per uscire di casa. Cena in uno squallido fast food e poi guida per le vie di Londra fino al locale preferito. Altro alcol (tanto) e qualche molestia alle avventrici, balla (anzi poga) fino a scatenare una rissa, poi va in bagno giusto per vomitare un po’ mentre la sua vista comincia ad essere pericolosamente distorta. Esce dal locale e via per le strade, altra rissa col primo che passa, altro vomito sul marciapiede ed eccolo entrare in un locale a luci rosse, altro alcol, altre molestie alle avventrici finchè, soldi alla mano e con le percezioni sempre più alterate, si porta via una ballerina del night guidando fino all’appartamento da dove è iniziato tutto e dove consumerà sesso estremo e a pagamento. Il video fu presto bannato da tutte le reti televisive, per la violenza delle scene e per l’ambiguità del messaggio della canzone. Che c’è di geniale nella trama appena raccontata? Il finale, a dir poco a sorpresa.
Per vivere le stesse atmosfere (bhè, non tutte speriamo) i Prodigy trasformeranno il 105 Stadium in un rave party nella data riminese del loro tour europeo, freschi della stampa del loro quinto album Invaders Must Die e forti di alcuni singoli diventati culto nella scena elettronica come Firestarter, la stessa Smack my bitch up e Breathe, ognuno in grado di incendiare qualsiasi dance floor. Per gli amanti dei ritmi (e delle emozioni) forti appuntamento decisamente da non perdere. Come dite? Volete sapere come finiva il video? Bhè, per quello oggi c’è Youtube, buona visione.