Sono una delle più originali e attive formazioni della musica indipendente romagnola e, ovviamente, italiana. Ma gli Aidoru non sono una “semplice” rock band: tra dischi a loro nome, progetti paralleli, collaborazioni teatrali con il Teatro della Valdoca, un’associazione che porta il loro nome e che organizza vari festival multi disciplinari, definirli poliedrici è un eufemismo. Gli Aidoru sono Dario Giovannini, Diego Sapignoli, Michele Bertoni e Mirko Abbondanza. Rumori, strumenti, note, melodie, timbri, silenzio, frammenti di paesaggio: questo è Songs canzoni – Landscapes Paesaggi. Quarto album in studio degli Aidoru, il nuovo progetto della band cesenate esce, a due anni di distanza da Nove Buone Nuove, coprodotto da Aidoru Associazione e Trovarobato e distribuito nei negozi da Audioglobe. Gli Aidoru inaugureranno la prima serata del TTV, venerdì 11 giugno (ore 23.30) con il live set di Songs canzoni – Landscapes Paesaggi e la presentazione del video di Daniele Quadrelli. Parlo con Dario.
Il live del TTV prevede la presentazione del nuovo video, che cosa ci dobbiamo aspettare?
«Questo disco ha un importante fattore legato all’immaginario, siamo stati molto attenti nel selezionare parole scritte adeguate alla musica ma anche una composizione di immagini che fanno riferimento a paesaggi urbani. Volevamo riportare queste suggestioni anche nei concerti dal vivo dove tutto questo viene a mancare. Per questo abbiamo incontrato Daniele Quadrelli e il lavoro in sintesi è stato trasmettere a lui, che ha immediatamente recepito la nostra idea, tutto questo immaginario. È una prima e dunque non sappiamo a cosa andremo incontro ma siamo fiduciosi».
Qual è il fil rouge fra testi, suoni ed immagini nel progetto Songs/Landscapes?
«La nostra premura era quella di tradurre il messaggio poetico. Le immagini vogliono suggerire uno stato d’animo, uno stato di osservazione e di contemplazione fondamentale per l’ascolto del nostro disco. Il video è un terzo grado di sovrapposizione».
Il disco è frutto di cinque anni di ricerca, quali sono le influenze e le suggestioni più palpabili che vi rifluiscono?
«Sono stati cinque anni in cui noi quattro Aidoru abbiamo approfondito molto le nostre singole esperienze di vita sebbene il percorso del gruppo non si sia mai interrotto. Abbiamo fatto confluire in questo disco il bagaglio personale di ognuno di noi: c’è chi si è laureato, chi ha lavorato nel teatro, chi ha sperimentato la musica sotto altre forme. I tre elementi che maggiormente emergono sono in primis l’esperienza teatrale, il venire a contatto con un metodo diverso di creare, un rapporto diretto con gli attori, una costruzione drammaturgica più complessa, una maggiore sensibilità nell’osservare e nell’essere osservati. In secondo luogo è importante l’impronta delle nuove collaborazioni musicali che abbiamo portato avanti in questi anni. Noi suoniamo insieme da quando avevamo quindici anni e chiaramente dal punto di vista musicale ci siamo sempre influenzati reciprocamente con la conseguenza che siamo sì molto affiatati ma anche molto limitati sotto questo aspetto e l’interazione anche con altre realtà già musicalmente mature ha fatto sì che ritornassimo a doverci confrontare nuovamente fra di noi. Il terzo ingrediente è la riflessione che abbiamo compiuto nei confronti del paesaggio. Questo è avvenuto attraverso l’organizzazione di un festival, Itinerario Stabile Festival, un evento a cadenza annuale che ha sviluppato il rapporto col paesaggio urbano influenzando il nostro modo di fare musica. Elaborare un pensiero nei confronti di un ambiente è una cosa che un musicista fa ma di cui non ha mai consapevolezza. Quando la si acquista il modo di fare musica cambia radicalmente».
Come siete approdati al teatro? Cosa vi lega alla poetica del Teatro Valdoca con cui avete collaborato?
«Ciò che ci accomuna al Teatro Valdoca è il modo di lavorare: loro si trovano col materiale scenico, gli attori, le parole, il luogo e assommano questi elementi per creare lo spettacolo. Ne scaturisce un processo drammaturgico che suggerisce ma non svela il senso dello spettacolo. Non ci sono messaggi diretti ma è dentro di te che si materializza un pensiero, un sentimento. Anche noi per questo disco abbiamo lavorato un po’così, ci siamo trovati dei materiali, dei bagagli, ci siamo messi a nudo e abbiamo suonato».
Che importanza ha oggi il silenzio?
«Il silenzio è l’ambiente in cui un orecchio può iniziare a pensare una musica. Come la tela bianca per un pittore o la spianata di terra per un architetto. Un musicista deve pensare che il silenzio non esiste: scopri che la tua musica non parte dal silenzio ma da qualcosa che già c’è. Anche il disco parte da qualcosa che già c’è e si sposa con questo qualcosa, non rimane un angolo a sé, un ritaglio del mondo. A noi non va a genio il processo intellettuale a monte».
La scelta di organizzare il progetto in due dischi ne simboleggia una natura dicotomica?
«In realtà il disco è uno. La divisione in due cd non è un’operazione concettuale: finito il disco, quando ci siamo trovati a fare la scaletta abbiamo notato che c’erano dei brani che sono molto più canzoni e altri che sono più paesaggi. Ma la bipartizione del disco in realtà è piuttosto forzata perché ogni pezzo contiene entrambe le componenti: canzoni e paesaggi».
Che progetti state portando avanti?
Dopo questo terzo stadio ce ne sarà un quarto e poi un quinto inerenti a questo disco. Il quarto è un esperimento che faremo quest’estate ad un festival vicino a Roma: ovvero dividere veramente il disco in due concerti. Uno si intitolerà Canzoni e si terrà in un luogo canonico per i concerti e uno Paesaggi. Facciamo questo perché ci siamo accorti che, pur ponendo tanta attenzione ai luoghi, trascuriamo sempre l’aspetto “paesaggio”. Perché dunque non fare una parte di concerto in un luogo più idoneo a quel tipo di musica? Paesaggi si terrà in luogo naturale, senza elettricità. Il quinto stadio sarà dar voce alla parole del disco: faremo un lavoro con un attore che chiuderà il lavoro su questo disco. Poi uscirà il nuovo disco: un lavoro su Tierkreis di Karlheinz Stockhausen».
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