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Cittadinanza

Oltre 450 milioni di persone nel mondo soffrono di una malattia mentale. Circa il 14% del carico globale di malattia è costituito da patologie di tipo neuropsichiatrico, la maggior parte delle quali sono malattie invalidanti croniche come la depressione, le psicosi, l’abuso di alcool e l’utilizzo di sostanze stupefacenti. (continua…)

Quando la psiche s’incaglia

Una persona su quattro soffre di problemi psichici almeno una volta nella vita. I disturbi più frequenti sono quelli di tipo depressivo ed ansioso. Quelli più rari sono detti psicotici e presentano due tipologie di sintomi: da una parte pensieri sconnessi, allucinazioni, deliri, manie di persecuzione; dall’altra tendenza all’isolamento e chiusura ai rapporti interpersonali, inerzia, povertà di emozioni e di affetti. (continua…)

Pesce d’aprile

Lo sapevate che ogni giorno partono per l’Europa dal porto canale di Rimini camion carichi di tonnellate del pesce azzurro della nostra costa? E che i pescherecci hanno una loro costituzione marittima? E che ci sono tre tipi e tre turni di pesca nella nostra provincia? E che solo un pescatore su dieci è italiano?
Francamente io ho imparato tutto ciò in un weekend finalmente primaverile di marzo. Ho fatto un giretto al porto da buona riminese nostalgica e ho chiesto informazioni a un anziano che mi sembrava di casa (il mio metodo è scientifico: solo fonti storiche…). Mi ha spiegato che di pescatori ne posso trovare quanti ne voglio a ogni ora del giorno: alle quattro di mattina rientrano i pescherecci che si servono di gabbie per raschiare il fondale marino; a metà mattinata si trovano attraccate al molo le barchette dei pescatori del tremaglio; al tramonto rientrano, invece, gli adepti della pesca volante.
La pesca volante si esercita attraverso il traino di un’unica rete da parte di due imbarcazioni medio grandi: la prima cala la rete, la seconda si affianca e ne tira un’estremità, poi si distaccano così da allargare la rete che è chiamata volante perché sospesa lungo il profilo dell’acqua per catturare il pesce azzurro.
Incontro, di ritorno dalla lunga giornata di lavoro, Andrea e Rollo.
Andrea Vasi ha 37 anni e fa il pescatore da venti. Ha il viso abbronzato dal primo sole, un piglio vigile e al contempo rassicurante. Mi racconta la sua giornata senza mai smettere di dare direttive agli altri marinai e trasportare cassette di pesce. Il primo peschereccio e il lavoro gli sono stati tramandati dal padre. Poi Andrea ha fatto crescere la sua attività e ora ha due barche e una decina di dipendenti. È appena rientrato al porto dopo una lunga e faticosa giornata: “oggi al largo c’era il mare grosso”, ci spiega, “però la pesca è andata bene, abbiamo tirato su otto tonnellate di pesce”.
Sono le 7 di sera, il porto di Rimini è gremito di curiosi osservatori, trasportatori che attendono di riempire i loro camion, muletti che traslocano il pesce e gabbiani che aspettano di cenare con qualche sarda avanzata dalla spartizione delle cassette di pesce da caricare.
Mi viene in mente la canzone di De Gregori, ma qui di pescatori assopiti non ce n’è nemmeno l’ombra.
«Partiamo intorno alle 3/4 di mattina – mi racconta Andrea – e abbiamo almeno due ore di cammino prima di arrivare ai banchi del pesce dove caliamo le reti. Se l’ecoscandaglio marca molto pesce la calata può durare un’oretta altrimenti anche cinque o sei ore. Torniamo al porto intorno alle 6 di sera e poi passano altre due ore prima che scarichiamo e separiamo a mano tutto il pesce, lo mettiamo nelle cassette col ghiaccio e lo consegniamo ai commercianti».
Gli chiedo com’è composto l’equipaggio. «Siamo cinque o sei per barca ma solo io sono di qui, gli altri marinai sono tutti extracomunitari perché ormai non c’è più nessun italiano disposto a fare manovalanza».
Rolando Calderoni, il nostro uomo copertina, meglio conosciuto come Rollo, ha 33 anni. Anche lui porta avanti il lavoro del babbo che ha smesso di andare in mare ma osserva dal porto l’arrivo delle barche e non si stanca di dare una mano alla generazione di pescatori che ha accudito e cresciuto. Rollo mette allegria solo a guardarlo: ha una coda di capelli lunga, riccia e gagia, gli occhi chiari e un viso paffuto stagliato di lentiggini acuite dal sole. I suoi colori stridono decisamente con quelli dei suoi dipendenti, per lo più di pelle mulatta, e degli altri marinai lampedusani, rendendolo unico nel suo genere e nel suo ruolo. Ha iniziato ad andare in mare a diciassette anni col babbo, poi ha comprato un peschereccio in società con Andrea e ora è padrone di due grandi pescherecci.
«Appena ho cominciato a fare questo mestiere, sedici anni fa, non è stato facile. Sono stato male due anni prima di abituarmi al mare. Ora ormai ho preso il ritmo: mi sveglio verso le 3 ma ora che prepariamo le barche e partiamo sono le 4. Sto vigile tutto il giorno mentre gli altri marinai si riposano una volta calate le reti, mangiamo un piatto di pasta in barca, torniamo al porto a scaricare, intorno alle 8 di sera sono a casa e alle 10 e mezza vado a letto. Lavoriamo dal lunedì al venerdì perché abbiamo delle regole e degli orari da seguire che ci siamo dati noi pescatori».
Rollo ci fa vedere il suo peschereccio, la sua postazione di guida, ci mostra l’ecoscandaglio e le foto dei fondali con i banchi di pesce più fitti: “un fondale così – ci dice – tiene due, trecento tonnellate di pesce”. Gli chiediamo dove va a finire tutto quel pesce caricato nei camion a fine giornata. Sottolinea che “oggi non c’è un buon mercato, è saturo per la troppa concorrenza. Una volta sì che c’era tanto pesce, si stava tutta la settimana in mare, erano le mogli che vendevano il pesce sui banchi della pescheria. Oggi lavoriamo per lo più su commissione, il nostro pesce azzurro va a finire in venti ore coi camion in Spagna”.
Un’altra categoria di pescatori è quella della pesca “tremaglio” che viene effettuata con imbarcazioni più piccole che campeggiano sul molo ogni mattina a mostrare il frutto del lavoro. Il nome si rifà convenzionalmente al tipo di rete che viene usata: il tremaglio è formato da tre pezze di rete sovrapposte e collegate lungo il loro lato maggiore. Le due esterne, dette maglione, sono a maglie più grandi di quella interna, e fanno sì che il pesce, da qualunque parte provenga, possa agevolmente superarle ma, entrato a contatto con la seconda, trova in questa una specie di sacca e, nel tentativo di sfuggire, si impiglia sempre di più.
Vincenzo Natoli, 47 anni, mi dice che fa questo lavoro da quando ne aveva sette. Ogni sera butta le reti o, a seconda del periodo, i cestini con un’esca o le cuculle per prendere le seppie. È intento nel liberare dalla sua rete canocchie, sogliole, sugheri, corbelli che vende anche direttamente dalla sua barchetta.
Le signore si avvicendano a chiedere il prezzo al chilo delle canocchie che ancora sgambettano e delle sogliole.
Antonino Russo, sigaretta penzolante fra le labbra e pelle consunta dal sole, mi mostra il tremaglio e mi spiega, con il numero minore possibile di parole,  come si usa mentre continua imperterrito a districare le reti e il pesce impigliato. Con lui lavora il figlio Michele. “Il nostro è un mestiere di famiglia, – rivela – oramai non lo fa più nessuno, siamo tutti i giorni in mare quando il tempo è buono, eccetto per il fermo. Ma il pesce è poco, ci sono troppe barche”.
La crisi dunque attanaglia anche la pesca, ma noi per ora ci accontentiamo di grigliare le saraghine che ci ha regalato Rollo.

Foto: Andrea Valentini

Donne con le palle

Siamo proprio sicuri che l’8 marzo sia da destinare a cene rosa e spogliarelli maschili? Com’è nata la festa della donna? Il 3 maggio 1908 a Chicago doveva tenersi la solita conferenza domenicale delle donne socialiste ma quel giorno, per impegni improrogabili, il conferenziere non si presentò e fu sostituito da una donna. La giornata ebbe una tale risonanza che si decise di riservare l’ultima domenica di febbraio del 1909 a una manifestazione sul diritto al voto femminile che divenne convenzionalmente il giorno della donna.
 Il 23 febbraio del 1917, a Pietroburgo, sempre in occasione della giornata della donna, per le strade sfilarono operaie e mogli di operai, chiedendo pane per i figli e il ritorno degli uomini dal fronte. 
Il 14 giugno 1921, le donne comuniste riunite a Mosca per la Seconda conferenza internazionale, decisero di scegliere l’8 marzo come giornata internazionale dell’operaia, in ricordo delle donne che sfilarono nel 1917 contro la tirannia zarista. E poi ci sono le 129 lavoratrici bruciate in una fabbrica americana e le operaie tessili di New York che avrebbero dimostrato l’8 marzo del 1857 scatenando una dura repressione della polizia.
Siamo ancora decise a festeggiare?

Alla storia di Rimini appartennero non solo donne inquiete e passionali, ma anche fiere ed energiche, che seppero governare e battersi. Tali furono Gentile Malatesta che, rimasta vedova con sei figli, assunse la reggenza e riuscì a estendere i propri domini e Margherita Malatesta, che, assente il marito, dovette difendere da sola la sua signoria da Federico da Montefeltro e resistette cinquantadue giorni; poi si arrese ma portando con sé seimila fiorini d’oro. E tale fu Isotta, l’amante bambina del signore di Rimini che diverrà sua moglie contro ogni convenienza umana e, soprattutto, politica e dinastica. I tempi sono certamente cambiati e le donne moderne per fortuna non sono più costrette a dimostrare il loro valore mettendosi in armi ma l’imperativo femminile nei secoli è rimasto “sgomitare”. Questo è stato anche il diktat che mi ha rivolto l’eclettica Mitzi Saida Neri, pittrice, stilista, antiquaria e creatrice di gioielli. Una versatilità simbolo della nuova voglia di emergere del mondo femminile. Figlia di commercianti ha iniziato con la pittura a cui si è dedicata fino all’età di trentasette anni. Da ventuno poi, Mitzi ha aperto un negozio nel centro di Rimini in cui è riuscita a coniugare tutte le sue diverse inclinazioni e, in particolare, la sua attitudine a creare gioielli. Traendo ispirazione dagli shops di Londra e New York, ha deciso di vendere oggetti antichi, abiti, stoffe, gioielli e quadri. «Sono riuscita a fare tutto da sola, ho avuto momenti di sconforto ma mi sono sempre risollevata. E sono sempre stata fedele a me stessa. Ne è una dimostrazione il mio inconsapevole incontro con Anna Wintour, la direttrice di Vogue America. Io non sapevo neanche chi fosse, mi guardava con quell’aria tirata ed era interessata a una mia collana. A un certo punto mi ha detto: “Sai che io potrei renderti molto famosa in America?” ma io non ci ho fatto troppo caso e le ho venduto la collana. Qualche tempo dopo è arrivata in negozio una sua collaboratrice che ha comprato gioielli per seimila euro, non ci poteva credere neanche la mia banca. Ogni tanto mi chiedo che cosa sarebbe successo se invece di vendere la collana ad Anna Wintour gliel’avessi regalata…».
Rita Maria Astolfi Oliva è una splendida settantenne con gli occhi pieni di vita e un’energia da far invidia a qualsiasi giovinastra. Una laurea in lettere quando già era madre, una totale devozione per il mondo della cultura soffocata da una vita trascorsa ai margini fino ai cinquant’anni. «Il 1982 è stato l’anno della mia rinascita, ho veramente vissuto la mia giovinezza. Ho cominciato a fare tutto ciò che avevo sempre desiderato: frequentare teatri, concerti, cinema, occuparmi della mia professione di insegnante privatamente. A cinquantanove anni sono addirittura tornata a studiare, ho frequentato per tre anni la scuola di recitazione. Mi sono aggrappata alla mia passione per l’arte e per l’archeologia ricominciando dalla gavetta: ho fatto sorveglianza al Museo e alle mostre per poter avere contatti con i miei ex colleghi e creare legami con persone importanti. E poi finalmente sono riuscita ad allestire le prime mostre, ad andare ai vernissage, a dedicarmi all’archeologia lavorando al sito di S.Angelo in Vado e alla guida della Valmarecchia. Chiaramente non ne traggo nessun utile finanziario ma mi sento impegnata a livello civile: mi batto perché i pittori riminesi abbiano degli spazi a loro disposizione, perché venga dato maggiore risalto alla ricerca archeologica. Per ora sono una voce che grida nel deserto ma non mi arrendo». E se le chiedo se è stato difficile ributtarsi nel mondo del lavoro in età ormai adulta lei mi risponde con nonchalance: «Non è stato complicato, ho fatto in modo di trovarmi al momento giusto con persone giuste come Jacopo Ortalli, Corrado Augias, Manlio Masini…». Dunque Rita, qual è il tuo punto di vista sulla donna di oggi? «Non sono troppo ottimista a riguardo. In ambito artistico c’è un’enclave prettamente maschile, le donne che si vogliono fare strada devono sgomitare a meno che non siano inserite politicamente e questo oggi è possibile, basta fare le gattine nei congressi maschili…Chiaramente questo discorso non è generalizzabile, anche in politica ci sono donne estremamente in gamba come Leonina Grossi o Valeria Piccari».
Patrizia Ghetti è una delle socie fondatrici dell’associazione “Rompi il silenzio”, nata dal desiderio di alcune volontarie di poter essere d’aiuto alle donne che subiscono violenza, molestie, maltrattamenti.
«L’associazione è stata fondata nel 2005, abbiamo rivelato la mancanza nel nostro territorio di uno sportello anti violenza. A Rimini c’è lo sportello Dafne sostenuto dall’Usl dove ogni donna può rivolgersi e trovare dei professionisti come medici, psicologi, assistenti sociali, avvocati. Ma la poetica di “Rompi il silenzio” segue la prassi dei centri antiviolenza, ovvero ascoltare chi si rivolge a noi e instaurare un contatto da donna a donna per poter costruire e supportare un percorso di uscita dalla violenza. Condividendo il dolore, sostenendo, cercando di lavorare sull’autostima della donna, spesso carente in queste circostanze». Ma come si fa ad avere la forza per sostenere chi ha bisogno? «Noi vogliamo che si faccia luce sui problemi attuali. Fino a poco tempo fa c’era una totale reticenza sull’argomento, oggi un po’ se ne parla ma c’è ancora tanta strada da fare. Ci siamo formate con specialisti per potere aiutare le donne in difficoltà, affiancando alla teoria quaranta ore di sportello nei centri della regione. Nel settembre del 2006 ci sono arrivate le prime telefonate di alcune decine di donne che sono poi diventate 50 nel 2007, 70 nel 2008 e 89 nel 2009. Meri Soldati ci ha messo a disposizione una sala presso la CGIL dove svolgere gli incontri e tenere a nostra volta dei corsi di formazione per chi si vuole iscrivere all’associazione». Chi si rivolge a voi? «Tante donne della nostra città soprattutto fra i 40 e i 55 anni. E, al contrario di quello che ci si immagina, sono donne di scolarità alta e di livello sociale non basso. Le straniere hanno più difficoltà a rivolgersi a noi perché sono maggiormente controllate dai loro uomini. Sono più che altro le donne dell’Est a subire violenza, arrivano in Italia come badanti e spesso col matrimonio non coronano il loro agognato sogno di tranquillità. La maggior parte delle donne non si rende conto di essere vittime, ha una tolleranza estremamente alta nei confronti della violenza psicologica e non si accorge che questa porta ad un’escalation di abusi fino alla brutalità fisica».
Patrizia ha naturalmente il suo lavoro, la sua indipendenza, i suoi cani e la sua vita. Come coniugare il tutto? «In effetti è difficile. Siamo tutte donne che lavorano e che hanno una famiglia. Abbiamo messo a disposizione tre pomeriggi alla settimana per ricevere le telefonate e in più dobbiamo far fronte alle emergenze improvvise che sono frequenti. Se avessimo un aiuto da parte del Comune e delle istituzioni probabilmente la nostra strada sarebbe agevolata ma al momento dobbiamo contare solo su noi stesse anche economicamente: ci autososteniamo grazie alle quote associative e al cinque per mille a cui abbiamo diritto come ONLUS». Qual è il ritratto della donna di oggi? «È fortissima in tutti i campi eccetto quello sentimentale dove è incredibilmente fragile. In amore dà il massimo e la mancanza di questo diventa sinonimo di totale fallimento. Ma è nel momento in cui una donna raggiunge il suo stato basale che si vede quanta forza possiede nel rialzarsi». Qual è il male che sta alla base di questi difficili rapporti? «L’educazione. Noi donne da mamme dobbiamo insegnare ai figli maschi il rispetto e alle femmine a essere autonome senza dover aspettare all’infinito il principe azzurro».
Beatrice Viti tutte le mattine si sveglia all’alba per arrivare da Pesaro all’ospedale di Rimini e iniziare il suo turno, spesso non rientra fino a sera. È una neurologa. Ha iniziato a frequentare la specialistica proprio l’8 marzo e si è poi dedicata in particolare ai malati di sclerosi multipla. «Oggi la medicina è molto più ad appannaggio femminile – ci dice – e questo è un bene. Non bisogna ricercare la parità ma la propria femminilità nel lavoro, soprattutto in quello di medico. Le donne hanno un sesto senso e la maternità giusta per poter accogliere il paziente, riuscire a essere più accomodanti. Le capacità terapeutiche sono indipendenti dalla propria preparazione, si devono trovare le potenzialità in ogni persona che ci sta di fronte». Fra gli obiettivi di Beatrice c’è quello di aprire un centro polifunzionale per dare assistenza a 360 gradi ai malati di sclerosi multipla: soccorso medico ma anche supporto psicologico e morale. Di esperienza nel campo ne ha acquisita tanto da affermare che “nell’affrontare la malattia le donne generalmente hanno una maggiore forza reattiva soprattutto per via dei figli. Ma la netta discrepanza è presente quando uomini e donne devono assumere il ruolo di caregiving, ovvero nel momento in cui si apprende che uno dei due è malato e che l’altro se ne deve prendere cura. Le donne si prestano maggiormente degli uomini che hanno, invece, più difficoltà a gestire la situazione”. Anche per Beatrice “è difficilissimo gestire la vita sociale. Anche se non sono sposata faccio fatica a ritagliarmi del tempo libero e chi non è coinvolto in questo tipo di lavoro coglie le necessarie rinunce come scarsa voglia di condividere. Quando c’è l’amore per ciò che si fa il tempo si dilata, spesso mi trovo a dedicarmi alla ricerca anche al di fuori del lavoro”.
Valeria Piccari è titolare dell’azienda Adriaplast, Consigliere Comunale, Presidente di Donne Impresa Confartigianato della provincia di Rimini e Vicepresidente della stessa a livello regionale. L’imprenditoria è nei geni di Valeria che ha sempre familiarizzato con le leadership e la gestione della fabbrica, che si occupa di packaging. Il padre era presidente della Confartigianato e, nel cambio generazionale, lei ha saputo trasformare l’impatto territoriale paterno in comunicazione internazionale, esportando dalle fiere esterne novità fondamentali come, per esempio, internet.
«Se una donna ha idee innovative e importanti sbaraglia ogni uomo. Non sono femminista ma per me l’8 marzo è tutti i giorni. Ogni giorno dimostriamo la nostra forza, la nostra elasticità dovuta alla necessità quotidiana di sbrogliarsi fra i vari impegni di mamme, lavoratrici, mogli, amiche. Nel mio settore rinvengo questa poliedricità nel fatto che la crisi che ci ha investito mi ha stimolato a cercare ogni modo per innovare, investire. È in questi momenti che vengono fuori i numeri che ogni donna possiede. Come nel lavoro anche nella sfera privata bisogna imparare a gestire il tempo e le risorse. Sia io che mia sorella (socia dell’azienda) che tutte le imprenditrici lavorano fino al nono mese di gravidanza e, appena possibile, riprendono portandosi il fagotto in fabbrica. Siamo diventate acrobate». Per Valeria “la donna di oggi ha tutti i numeri per sfondare: l’importante è avere un’idea e svilupparla. Perché intraprendere, anche se dà preoccupazioni, è sempre affascinante”.

Foto: Andrea Valentini

Do it yourself

Intraprendenti, laboriosi e ora anche spiccatamente “do it yourself”. Che i riminesi fossero gente con il senso degli affari, capace di rinnovare e vendere anche all’estero un’estate al mare lo si sapeva. Meno forse che amassero gettarsi da soli nella produzione di oggetti di nicchia, diventando loro stessi “azienda”.
“Invisibile” ha così deciso di illustrare questo piccolo fenomeno locale scegliendo alcuni personaggi di Rimini e circondario.
Come Ciro Troise, che ha coltivato la sua passione per le creazioni in pelle sin da quando a 12 anni realizzò la sua prima borsa e ora vende le sue borse in una bottega di via Bertola a Rimini. «Mi sono chiesto “perché non mettere su un’attività e dare l’opportunità a più persone di sfoggiare le mie creazioni?” e allora, dopo che mi sono specializzato come modellista, con molta tenacia ho trasformato questa passione in un lavoro, cercando di uscire dagli schemi». I pellami Ciro li scova a Napoli e Firenze, a Milano e Treviso reperisce le guarnizioni, una mano gliela danno anche fiere campionarie, rappresentanti e riviste. «Io penso a un’idea, scelgo colori che vanno per la maggiore e poi con il cliente sviluppo il modello».
Totalmente votata al bijoux è invece l’attività di Laura De Matteis, 27 anni, una laurea in Culture e Tecniche del Costume e della Moda. Cresciuta con i mercatini in cui rivendeva braccialetti della mamma, Laura è arrivata a proporre i suoi gioielli alla boutique Apple Tree di Brick Lane (Londra) e ora continua la sua sterminata produzione, mirando audacemente a una clientela di nicchia: «Uso plastica, legno, metallo, li arricchisco con materiali di recupero e “gingilli” vintage –  dice delle sue creazioni – hanno un tocco ironico che proietta un’immagine romanticamente giocosa per una donna che vuole distinguersi facilmente nell’ornarsi».
C’è anche un musicista che, al pari di Brian May, ha cominciato a costruirsi chitarre per soddisfare delle esigenze tecniche e ora le vede imbracciate da Filippo Graziani nel suo tour: si chiama Massimo Mancini ed è di Vergiano.
«Non trovavo nessuno strumento che mi soddisfasse, così ho cominciato a modificare le chitarre che già avevo e poi da lì sono arrivato a costruirle – rivela – non vado nei boschi a scegliere il legno, lo compro da rivenditori specializzati, il resto è fatto tutto a mano con la colla, la sgorbia, la raspa e la carta vetrata». I suoi clienti? Chitarristi che cercano strumenti in grado di rispondere meglio a un certo stile o una chitarra facile da suonare, a differenza di quelle dei negozi che sono “un po’ più dure”.
Qualcun altro ha poi deciso di dare il suo contributo personale alla marineria riminese. Come? Trasformandosi in una vera e propria filiera della rete da pesca. Stiamo parlando del cattolichino Giorgio Marchini, che dagli anni 80 ha preso dal padre le redini della ditta del nonno e ora, con le maglie della “Marchini Cattolica Reti”, ha letteralmente catturato anche bagnini e appassionati di sport. «Prima c’era l’azienda di famiglia – spiega Marchini – con mio nonno che dall’inizio del secolo scorso faceva corde, poi mio babbo Arturo entrò in attività e con la scoperta del nylon rivoluzionò tutto, cominciando anche a fare le reti da pesca e a strascico, oggi invece lavoro come una sartoria, con i teli che escono dalla fabbrica, arrivano qui, vengono sagomati e poi uniti alle rete da strascico. Ultimamente il lavoro si è diversificato e ora faccio anche reti e recinti per il beach volley e il beach tennis». Ma per quanto il progresso nelle materie plastiche abbia migliorato la resistenza e la durata delle reti, per costruirle bisogna ancora usare ago e filo, anche se il tessuto è fatto tutto di nylon.

Ciro Troise

Ciro Troise
Afiordipelle – via Aurelio Bertola, 73 (RN)

foto: Andrea Valentini
(www.flickr.com/photos/zabanello)

Laura De Matteis

Laura De Matteis
http://www.myspace.com/pimpistarlet

foto: Marco Montanari
(www.trueforever.net)

Massimo Mancini

Massimo Mancini
http://www.myspace.com/manguitars

foto: Andrea Valentini
(www.flickr.com/photos/zabanello)

Giorgio Marchini

Giorgio Marchini
via Risorgimento, 36 (Cattolica)
www.marchiniretinets.it

foto: Federico Raffaelli