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Il mnemonista di Paolo Rosa

Il mnemonista è un uomo che ricorda troppo. Troppi ricordi sono come troppe vite sovrapposte, come un’infinita serie di dissolvenze incrociate, di sovrimpressioni di immagini, livelli di pensiero che si intersecano.

Ricordare troppo può essere bellissimo, ma anche terrificante.

Ogni momento bello vissuto o da vivere accade con la stessa intensità in questo preciso momento, così come ogni ansia, paura, tristezza, proprio perchè qualsiasi frase sentita, profumo annusato o colore visto richiama alla mente moltitudini di pensieri ed emozioni, che ritornano non come ricordi imperfetti e offuscati, ma come visioni nitide e feroci. Ricordare e vivere diventa la stessa cosa.

Vivere non una, ma molte vite contemporaneamente dove ogni momento è collegato ad un altro, nel passato e nel futuro, come un enorme rizoma. Non esiste il presente, il tempo non è una linea che procede da sinistra verso destra, ma un insieme di piani geometrici bidimensionali ed infiniti, sovrapposti l’uno sull’altro.

Ricordare troppo alla fine equivale a non ricordare nulla, vivere in sovrimpressione troppe storie e troppi tempi diversi dove pensieri, sogni e ricordi sono la stessa cosa.

Piangere mentre si vede da vecchi lo stesso scarabeo visto da bambini un giorno che la mamma ci aveva sgridato, sorridere perchè tra tre giorni vedremo una ragazza carina, commuoversi e stupirsi di ritrovarsi vivi, adesso o tra mille anni, sfiorare questa verità profonda e tristissima che non si comprende, ma si intuisce:  tutta l’umanità nuda e sola di fronte al tempo e alla materia, con l’unico strumento che realmente possiede: il pensiero.

E allora finalmente trovarsi non a compiacersi, ma a lottare contro la propria memoria per non avere da ricordare alla fine più nulla, per abbandonare i ricordi, per arrivare, come dice Ghezzi, ad essere questo nulla, come se fosse un processo enciclopedico alla rovescia, e quindi tornare e risalire alla A e ancora oltre, dopo gli anelli di Saturno, oltre i quasar del linguaggio, sapendo che il nostro pensiero è, è stato e sarà una radiazione sempre più debole e lontana che forse si dissolverà non sapendo più cosa ama(va).

Visti o immaginati

Spesso ci sono momenti in cui mi dedico alla visione di film sconosciuti. Tra i tanti, tre mi hanno interessato. Il primo: Love and Pop, di Hideaki Hanno, autore di Neon Genesis Evangelion. Questo è il suo primo film con attori, realizzato nel 1998, tratto da un racconto di Ryu Murakami (grande scrittore della decadenza dei costumi giapponesi e regista del bel Tokyo decadence). Il film parla del fenomeno del enjo kosai ovvero “incontrarsi per aiuto”. Sostanzialmente ragazzine tra i 12 e 17 anni incontrano, in cambio di denaro o regali, uomini adulti. Spesso gli incontri sono “innocenti”: le ragazze accompagnano gli uomini ai locali di karaoke o ai ristoranti, a volte no, e si va oltre. Anziani e potenti signori che incontrano ragazzine perché hanno troppa paura di invecchiare e morire soli. Mi ricorda qualcosa. Comunque, al di la dell’ interessante argomento, il film, tranne due o tre sequenze ben girate, non è un gran che. Alcuni autori giapponesi dovrebbero ricordarsi che ciò che funziona in un cartone animato non necessariamente funziona in un film – parlo di inquadrature bizzarre, recitazione troppo sopra le righe, effetti speciali un po’ da video matrimoniale…
Il secondo è italiano: La velocità della luce, di Andrea Papini. Una delle migliori atmosfere che abbia mai visto in un film italiano: tutto ambientato su un’autostrada, durante l’arco di una giornata. Echi di Lynch, Hopper, Bunuel. C’è questo clima sospeso, surreale ma allo stesso tempo realistico. Un uomo si ritrova, per una serie di coincidenze, ad inseguirne un altro in autostrada, senza sapere chi sia, nè dove stia andando. Capolavoro? No. La storia, pur essendo interessante, alla fine non porta da nessuna parte. Lynch ci dà i pezzi per ricostruire i suoi puzzle, qui invece si aprono porte senza sapere dove conducono. La messa in scena visiva poi non è sempre all’altezza, in alcuni momenti si avverte la mancanza di soldi: vuole essere elegante e raffinata, ma alla fine risulta un po’ inadeguata. In ogni modo il film è coraggioso, va visto. Il terzo è In love with the dead, dei fratelli Pang, buoni registi di film d’azione e horror a Hong Kong. Confesso che non sono riuscito a finirlo sia perché lo stavo fantozzianamente guardando in cinese con sottotitoli in rumeno, sia perché oggettivamente è uno dei film che mi hanno più angosciato in assoluto. Una coppia felice: lei si ammala gravemente e lui inizia a tradirla. Il fatto terribile è che questa storia, di per sè buona al massimo per un melodrammone fine anni 70, è stata raccontata con tutti gli stilemi visivi e sonori tipici dei film horror (fotografia molto bella dai toni scuri, suoni cupi e inquietanti). Insomma, non so ancora se mi sia piaciuto o meno, comunque, se fosse stato fatto in maniera leggermente più elegante, avrebbe sicuramente fatto discutere molto di più, e non ve ne dovrei parlare io.
Sono tre film strani, magari non belli, ma interessanti. Vedeteli, se li trovate.

Due riminesi al festival del cinema dell’Uruguay

Il Festival cinematografico internacional dell’ Uruguay, il più importante appuntamento dedicato al cinema in America Latina, ha voluto inserire nel suo programma “Insulo de la Rozoj – La libertà fa paura”, il film documentario, prodotto da Cinematica di Rimini, che racconta l’affascinante vicenda dell’Isola delle Rose, la micronazione nata davanti alle coste della Romagna negli anni 60. A rappresentare Cinematica ci sarà Roberto Naccari, che ha diretto con Stefano Bisulli il film scritto con Giuseppe Musilli e Vulmaro Doronzo.
Insulo de la Rozoj fa parte dei film italiani invitati alla rassegna sudamericana in un lotto di lavori che comprende anche Vincere di Marco Bellocchio, Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek, Lo spazio bianco di Francesca Comencini e Sanguepazzo di Marco Tullio Giordana. A novembre scorso la pellicola ha partecipato all’Idfa, l’International Documentary Film Festival di Amsterdam, l’appuntamento più prestigioso al mondo per il cinema documentario. Un lavoro che nasce con una piccola produzione e che sta raccogliendo consensi nelle più importanti manifestazioni internazionali di film e documentari.

Il trailer del film è sul sito Cinematica.it.

Gummo

Gummo

Vinta la tentazione di parlare male di Jennifer Body e di Megan Fox (immane sciocchezza che oltre all’ assurdità della storia ha anche il difetto di frustrare l’interesse vouyeristico dello spettatore) e visto che la maggior parte dei film di prossima uscita non mi sembrano interessanti (eccetto Avatar), parlo di Harmony Korine, e del suo grande classico, Gummo che, per fortuna, si può ancora trovare a noleggio da qualche parte. (continua…)

Workshop a Coriano con Eyal Sivan

eyal sivan

Si chiudono lunedì 23 novembre le iscrizioni al workshop “Elogio della disobbedienza” con Eyal Sivan.
Il workshop (3, 4, 5 dicembre – mattina e pomeriggio) si svolge al Teatro Corte di Coriano all’interno dell’evento “Libertà come bene supremo”, curato dall’artista riminese Isabella Bordoni. «Si tratta di tre giorni non-stop di workshop, proiezioni rare d’autore, incontri, lectiones magistralis, poesia, voce, fumetto, per riflettere sulle relazioni tra arte e politica, filosofia, antropologia, diritti umani – spiega la curatrice –. Tre giornate che ruotano tutte intorno al documento storico e contemporaneo audiovisivo, pensate come piattaforma formativa di integrazione curriculare e accesso democratico alla conoscenza, con workshop gratuito per studenti e non-studenti e con tutte le iniziative a ingresso libero». (continua…)