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Public Movement, sincronie performative


Public Movement è un gruppo israeliano fondato da Dana Yahalomi e Omer Krieger che esplora le possibilità politiche ed estetiche di interventi performativi nello spazio pubblico. Dana e Omer creano coreografie e riti collettivi che fanno riferimento a modelli di ordine sociale e li sovvertono. A Santarcangelo 40 ripropongono Also thus!, un evento creato in origine per il cortile di una scuola ad Acco: un’assemblea che allude alle cerimonie del potere, cui i giovani artisti israeliani, in divisa bianca, danno corpo congelando azioni e oggetti annidati nell’immaginario collettivo.

Chiediamo ai due fondatori com’è nato Public Movement.

Dana: «Tutto è cominciato nel 2006 con un evento di Omer, che io chiamo azione o “incidente” a seguito del quale abbiamo deciso di mettere insieme un gruppo che seguisse movimenti che sincronicamente avvenivano in diverse parti della città. Dopo aver chiesto ad amici e conoscenti di partecipare alle nostre iniziative abbiamo deciso di muoverci in senso pubblico dal momento che venivano fuori questioni di carattere etico e artistico ad ampio respiro. Ci siamo affidati a un gruppo di ricerca che ha preparato domande per noi e lavorato con noi per un anno, per poi diventare parte integrante del nostro processo artistico. In un certo senso possiamo dire che il nostro “movimento” ha dieci membri e due leader e per questo non si presenta come una democrazia».

Come avete scelto gli artisti che vi partecipano?

«Non si tratta di artisti veri e propri. Sono persone che lavorano in ufficio, studenti o commercianti».

Cosa accomuna queste persone?

«Tutti hanno in comune una conoscenza fisica del proprio corpo che si origina, si manifesta in diversi modi, per esempio nella danza o nella partecipazione a un corteo, nell’atto di marciare o nella lotta per strada. Il bello è che nessuno sa quale sia il problema da porsi o da risolvere, paradossalmente. Anche questa è una forma di coscienza pubblica».

Qual è il messaggio che volete comunicare?

«I nostri movimenti e le nostre azioni si commentano da soli, senza bisogno di un rigido supporto concettuale: non vogliamo assolutamente fare propaganda. Il messaggio è di creare situazioni in cui le persone possano essere coinvolte in spazi pubblici. Il pubblico non possiede di per sé un messaggio politico o dei dogmi o un programma politico, dunque neanche noi».

Quali sono le reazioni dei diversi pubblici internazionali che assistono alle vostre performances?

«Il nostro lavoro è molto legato al contesto in cui si svolge. Venire in Italia sarà molto stimolante visto che è la nostra prima volta e la politica segue una linea molto simile a quella che c’è stata in Israele. Stiamo appunto pensando a come la gente reagirà nel vederci muoverci nel contesto della piazza di Santarcangelo, dove c’è una storia legata al Modernismo e al Fascismo, dove le speranze di una generazione sono divenute fantasie fallite di un’altra. Cerchiamo anche di capire che nesso c’è tra questa realtà e la situazione politica presente. È parte della nostra pratica artistica riflettere sul cerimoniale pubblico, sulle marce dei tempi di Mussolini, con la macchina del presidente e quelle della polizia tutt’attorno e l’ordine che veniva istigato».

Vi è mai capitato di scontrarvi con la polizia?

«Abbiamo lavorato spesso con le polizie locali che talvolta ci hanno aiutato e altre volte dato dei problemi. È una contraddizione continua perché ci è capitato di usare i costumi della polizia ad Augusta – ovviamente non in modo provocatorio ma rispettando il ruolo che essa ha nella società –senza problemi, mentre in altri luoghi, e senza i costumi da agenti, i poliziotti si sono lasciati prendere la mano e ci hanno procurato grandi difficoltà».

Avete ricevuto sostegno politico dalle istituzioni?

«Si, ma siamo stati anche criticati. Sostenuti e criticati dagli Stati Uniti».

Il pubblico di Santarcangelo sarà in grado di capire il vostro messaggio?

«Il linguaggio che usiamo va di pari passo con la presenza di tradizioni e istituzioni che spesso sono di matrice locale, ma molto più spesso derivano dalla cultura occidentale intesa come tutto. È un linguaggio che esisteva nella società moderna e che esiste in quella contemporanea e penso che non si caratterizzi come estraneo. Per esempio, per tornare alla piazza di Santarcangelo, questo è un posto dove la gente interagisce in un certo modo, in armonia con un’architettura che condiziona i movimenti. Il nostro intervento/movimento si inserisce naturalmente all’interno di questo protocollo conosciuto, a livello pubblico e viscerale».

Francesca Fabbri e Mattia Ferroni

Fagarazzi & Zuffellato, l’aspetto paradossale del criminale pop

Fagarazzi & Zuffellato sono tra i protagonisti di Santarcangelo 40. Andrea Fagarazzi è nato in Italia, I-Chen Zuffellato a Taiwan. Sono due giovani artisti con base a Vicenza e dal 2005 collaborano insieme. Entrambi provengono dal mondo delle arti performative e hanno deciso di incrociare le loro strade per cercarne una comune dove poter decostruire e ricostruire la realtà a cui siamo abituati, smontandone gli schemi e svelandone i meccanismi. Presentano al festival Enimirc, spettacolo che affronta proprio il rapporto tra performer/spettatore e il cui titolo, letto al contrario, svela il tema della riflessione su cui si impernia. Enimirc è il risultato di una gestazione che ha visto una sua importante fase nelle prove aperte svoltesi a Santarcangelo, a novembre, con i volontari-spettatori radunatisi in seguito al bando React!.

Li incontriamo proprio a Santarcangelo, luogo che hanno visitato quest’anno per la prima volta, intenti nelle prove.

Qual è stata la risposta al bando React! e a cosa ha portato la prova aperta di novembre?

«La risposta è stata assolutamente al di sopra delle nostre aspettative e quella di novembre è stata una tappa fondamentale per approfondire il progetto con nuove scene e soluzioni. C’è stata una vera svolta rispetto al lavoro iniziale che abbiamo testato a Prato – Fabbrica Europa Festival 09, e che era pensato solo per una decina di spettatori».

Il presupposto dell’interazione col pubblico porta ad improvvisare?

«No, tutto è definito, lo spettacolo ha una struttura molto matematica, tutti i sessanta minuti sono stati pensati e previsti con rigore. La soglia di interpretazione pertiene solo allo spettatore».

Dunque cosa ci dobbiamo aspettare da Enimirc, qual è la sua cifra peculiare?

«Come suggerisce in maniera criptica il titolo, ci siamo focalizzati sul crimine, sulla popolarita’ della cronaca nera, cercando poi di individuare gli aspetti meno evidenti, quelli che noi chiamiamo “delitti invisibili”. Ci interessa anche l’aspetto paradossale del “criminale pop”, quando la sua spettacolarizzazione mediatica e il voyeurismo popolare lo mitizzano. È un processo di decostruzione del crimine analizzato nel suo rapporto con l’arte. Enimirc e’ un meccanismo dentro il quale avviene la messa in crisi dei ruoli prestabiliti di performer e spettatore.».

La vostra ricerca appare caratterizzata dal distacco dalle consuetudini e dalle aspettative ma anche dalla denuncia di tematiche sociali importanti. Si può parlare di teatro civile?

«Ci interessa sicuramente porre questioni attorno ai ruoli prestabiliti dalla società, ma non ci rispecchiamo nel teatro civile, e in generale cerchiamo di non cadere sotto un’etichettatura. Anche per questo non seguiamo una linea stilistica immediatamente riconoscibile, ma tentiamo di trovare il linguaggio artistico piu’ congeniale a seconda della tematica che vogliamo trattare».

Può essere considerato questo quindi il fil rouge del vostro fare teatro?

«Il fil rouge è la ricerca sull’identità dell’essere umano e le sue possibili alterazioni. Nel nostro personale processo di ricerca Enimirc è fino ad oggi lo spettacolo che meglio contiene i punti cardine su cui si focalizza il nostro lavoro».

Molti dei vostri progetti sono stati presentati all’estero, che bilancio fareste della scena internazionale rapportata a quella italiana?

«Entrambi abbiamo studiato e lavorato all’estero e con i nostri lavori siamo spesso in residenza al di fuori dell’Italia,. Per noi la relazione con realtà esterne al contesto italiano e’ necessaria e vitale perché ci offre degli stimoli molto diversi dall’ambito culturale da cui proveniamo. Nonostante questo non vogliamo cedere alla tendenza di essere esterofili, anche se bisogna riconoscere che alcune dinamiche e l’approccio al lavoro sono a volte molto diverse. In parte perchè ci sono maggiori fondi a disposizione della cultura e spazi alternativi per la ricerca, e in parte si riscontra una mentalità più aperta, pronta a rischiare nuove sperimentazioni e una minor necessità stringente che il working progress venga presentato come prodotto finito o di facile fruizione commerciale. Va riconosciuto però che negli ultimi anni in Italia le cose stanno lentamente cambiando, e il festival di Santarcangelo ne è un esempio, anche se la situazione politica attuale sta agendo esattamente contro questo tentativo di aprirsi a un livello perlomeno europeo e la situazione economica in cui versa il teatro italiano non ci permette di confrontarci parimenti con altre strutture internazionali. Per noi lavorare in Italia è come essere sempre in uno stato di emergenza».

Babilonia teatri, per un teatro che fotografi il mondo con onestà

Babilonia Teatri, ovvero Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, è una compagnia veronese che irride le convenzioni, i luoghi comuni, i cliché della vita moderna e del teatro contemporaneo, mettendo insieme le contraddizioni della realtà in cui è nata. A Santarcangelo 40 presenta This Is the End My Only Friend the End che è il titolo di una canzone dei Doors ma è, prima di tutto, il frutto dell’incontro con dieci persone che si sono interrogate sulla morte scelte con un bando lanciato su youtube. Ne scaturisce un’immersione senza sconti dentro i silenzi, le censure, le ansie che si manifestano oggi intorno alla morte.  A soddisfare le curiosità sullo spettacolo che verrà presentato in anteprima assoluta a Santarcangelo.

Interroghiamo Enrico sulla loro realtà e sullo spettacolo.

A che cosa rimanda il nome che avete scelto per la vostra compagnia?

«Dovevamo rappresentare uno spettacolo intitolato “Cabaret Babilonia” sulla guerra in Iraq ma vari problemi hanno fatto sì che il progetto naufragasse. Siamo legati a quel primo spettacolo, tutto l’immaginario di Babilonia entra in questa suggestione».

In pochi anni vi siete imposti sulla scena nazionale vincendo diversi premi. Cosa credete colpisca maggiormente l’attenzione nel vostro modo di fare teatro?

«Io credo la forza del lavoro stia nel modo di fare un teatro che sia in grado di parlare dell’oggi al pubblico e che cerchi di essere molto onesto nel farlo, nel fotografare il mondo senza ipocrisia. Un teatro che sia specchio della realtà e che sia in grado di creare dei corto circuiti che inducano lo spettatore a pensare».

La situazione attuale vi permette di vivere di solo teatro?

«Di sicuro è difficile far diventare il teatro una professione ma per lavorare con l’intensità e l’impegno che noi ci mettiamo è impossibile fare altrimenti perché il tempo necessario è quello di sempre, di tutte le giornate».

Vi proclamate a favore di un teatro pop/rock/punk. Il vostro teatro risponde a questi aggettivi?

«Noi cerchiamo di fare un teatro che abbia la forma che ogni volta sia meglio in grado di restituire il nostro pensiero, le nostre emozioni e quindi non c’è mai una preoccupazione a priori di scegliere una struttura data ma ci lasciamo sempre la possibilità di attingere a tutte le tipologie possibili di espressione e di attraversare codici diversi. Ci piace ogni tipo di teatro che abbia in sé questa libertà e che parli in modo stratificato ma sempre diretto alle persone».

Quali attori e compagnie della scena contemporanea definireste pop/rock/punk?

«È sempre molto difficile fare dei nomi perché ciò che ci piace spesso è estremamente distante da ciò che facciamo. Potrei fare il nome di Marco Baliani da una parte e quello di Pippo Delbono dall’altra e poi Rodrigo Garcia, artisti con percorsi ed espressività molto diverse».

Qual è stata la risposta al bando che avete lanciato su you tube?

«È stata una risposta che non ci aspettavamo sia a livello di numeri che di dispendio di energie da parte delle persone che, per la maggior parte, hanno creato un video ad hoc per il nostro bando. Noi non abbiamo richiesto dei curricula cartacei perché pensavamo che così non avremmo avuto degli elementi concreti coi quali scegliere e ci siamo stupiti della generosità e della disponibilità di mettersi in gioco di chi ha risposto alla nostra richiesta».

Portate a Santarcangelo una prima assoluta, qualche anticipazione su ciò che dobbiamo attenderci?

«Il lavoro vuole indagare la rimozione della morte nella nostra società e per farlo abbiamo scelto di lavorare con dieci persone per dieci giorni e quindi lo spettacolo nasce proprio a Santarcangelo da questo incontro. È l’esito delle nostre riflessioni sul tema della morte e dell’interazione di Babilonia teatri con queste persone».

Leonetta Bentivoglio, per un giornalismo pensato

Leonetta Bentivoglio ha una capacità sorprendente di scandagliare gli animi degli artisti, è una di quelle rare (all’oggi) rappresentanti e sostenitrici di un giornalismo pensato, che non cavalca l’onda della notizia ma che, come fosse un buon vino, le dà il tempo di riposare perché ci apporti una riflessione conseguente e incisiva. Nella sua lunga e florida carriera che la vede sin dagli anni ’80 pilastro fondamentale per la sezione Cultura e Spettacolo de La Repubblica, ha intervistato e conosciuto tantissimi artisti di alto spessore e fra questi una danzatrice, Pina Bausch, a cui ha dedicato tre libri e di cui traccerà un ritratto venerdì 11 giugno (Palazzo del Turismo, ore 16) al Riccione TTV in una tavola rotonda con Gianfranco Capitta e Pippo Delbono. A lei dunque chiediamo qual è il sentimento che sta alla base della scelta di dedicare la ventesima edizione del Riccione TTV a Pina Bausch.

«C’è l’occasione molto precisa che è l’anniversario della morte. Pina Bausch è scomparsa nel giugno del 2009 e un festival come questo così orientato alla registrazione della nova scena e al rapporto tra teatro, danza e nuova tecnologie non poteva prescindere da una presenza così decisiva come è stata quella di Pina Bausch sia sul versante del teatro che della danza che delle arti visive. È un omaggio dovuto perché pochi hanno segnato il Novecento come lei.»

Crede che il messaggio di Pina Bausch possa essere recepito universalmente?

«Ho seguito il lavoro della Bausch sin dall’inizio degli anni ’80 e posso affermare che non è mai stata un fenomeno elitario. Il problema è stata la difficoltà di vederla in Italia perché lei aveva questa richiestissima compagnia di cinquanta persone con scenografie molto impegnative per cui i suoi spettacoli erano forse troppo esosi per  l’Italia. Il suo è un teatro molto spettacolare, non è assolutamente intellettuale, è contagioso, coinvolgente e tutte le sue venute il Italia lo hanno dimostrato. Vent’anni fa è stata a Bologna con lo spettacolo 1980 che ebbe un successo clamoroso, al pari dei grandi musical. Non è mai stata un’artista che non ha tenuto conto del pubblico, della grande forza emotiva di ciò che faceva. Certo, il discorso video complica le cose perché gli artisti di teatro (come credo la Bausch sia) sullo schermo non hanno lo stesso impatto che sulla scena però veramente non è un’artista elitaria. A dimostrare ciò è il suo rapporto con Fellini. Federico odiava il balletto, io ho lavorato con lui per due film e a suo tempo fui io a fargli conoscere Pina Bausch. Non voleva assolutamente venire a vedere il suo spettacolo, 1980, poi lo convinsi e rimase così colpito che le offrì il ruolo della gran duchessa cieca in E la nave va che si vedrà a Riccione sulla spiaggia. Non si può pensare a Fellini come artista cerebrale e intellettuale. Ebbene egli condivideva con Pina, oltre che una grande amicizia, la stessa percezione del sentimento.»

Crede che sulla scena teatrale contemporanea si possa intravvedere qualche erede di Pina Bausch?

«Per quel poco che oggi vedo di danza dal momento che mi occupo soprattutto, come giornalista culturale, di musica e letteratura, non vedo eredi ma solo epigoni, gente che la copia male per intenderci. Non credo sia un buon momento per la danza e il teatro danza. Però ci sono anche persone che hanno capito la sua lezione e la sua direzione. Un esempio è Pippo Delbono che ha lavorato con Pina e lo racconterà in una sua performance a Riccione. Pippo fa soprattutto teatro ed ha un modo di lavorare originale, tutto suo però Pina Bausch gli ha insegnato a trovare la sua strada.»

In questo momento di crisi qual è secondo lei lo stato di salute del giornalismo culturale italiano?

«Penso sia un momento molto drammatico. C’è una fortissima trasformazione in atto condizionata dalla crisi economica nel senso che i giornali hanno oggettivamente meno mezzi, meno strumenti, meno giornalisti a causa sia del crollo dell’apporto pubblicitario che del declino della carta stampata per l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione. Poi sappiamo benissimo che da parte del potere non c’è una grande simpatia per la stampa e per la libertà di parola. Io però credo ancora nella riflessione sulla carta stampata, in un tipo di giornalismo che esula dallo stare solo superficialmente sulla notizia. C’è un apporto di meditazione su quello che succede fondamentale in ambito culturale e che non può prescindere dalla carta stampata. Se ci limitiamo a registrare una frase o se addirittura la si oscura, come ha fatto ad esempio il TG1 con Elio Germano, demistifichiamo il tutto. Un intervento più approfondito, una lunga intervista servirebbe a dare alle idee e ai giudizi il tempo della riflessione. Il giornalismo di diffusione culturale non può passare attraverso l’immediatezza di internet.  Credo ancora nel valore delle recensioni, di un discorso sugli spettacoli se questi lo meritano. Nel caso di Pina Bausch ho scritto vari libri ma c’è una tale ricchezza di stimoli, di riflessioni che ne potrei scrivere altrettanti.»

“Se non la realtà”

Vivere immaginare

Riminiteatri – associazione operatori teatrali della provincia di Rimini, nata nel 2000 come coordinamento spontaneo delle realtà teatrali – presenta alla Casa del Teatro e della Danza VIVERE, IMMAGINARE, CREARE TEATRO, un primo ciclo di conferenze e incontri sul rapporto tra il nostro territorio, inteso sia come paesaggio/realtà che come comunità teatrale, e il teatro e la drammaturgia contemporanea. (continua…)