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Il teatro degli orrori

Il Teatro degli Orrori impugna meritatamente lo scettro di rock band del momento. Nonostante l’indole fuori dagli schemi e tutt’altro che melodica si sono accattivati una buona fetta di pubblico già con l’album di debutto intitolato Dell’impero delle Tenebre, per poi alzare il tiro col successivo A Sangue Freddo vera rivelazione di un 2009 altrimenti poverissimo di produzioni meritevoli di attenzione. (continua…)

Nina Zilli, Soul Emiliano

Protagonista nel novembre scorso di un eccellente live al Satellite Club di Rimini, Nina Zilli da lì in poi non si è più fermata: ha pubblicato il suo primo album intitolato Sempre lontano, vinto il premio della critica al Festival di Sanremo e lanciato il suo tormentone 50mila (cantato con Giuliano Palma) anche nella colonna sonora dell’ultimo film di Ferzan Özpetek Mine Vaganti. In contemporanea a tutto ciò, una intensa tournèe riporta l’artista piacentina in Romagna: ottima scusa per incontrarla e godere della sua travolgente personalità.

Il tuo album di debutto è datato 2010, ma a dire il vero non sei esattamente un’esordiente…
«È vero, sono tantissimi anni che canto sia nei dischi che sui palchi di tutta Italia. Dopo gli inizi con varie band liceali, il mio primo vero gruppo sono stati Chiara e gli Scuri, eravamo dei beattaroli incalliti poi col tempo ci siamo spostati verso le sonorità jamaicane dello ska e del rocksteady più tradizionale. Abbiamo suonato tanto e ci siamo divertiti però ad un certo punto ho deciso di lasciare il gruppo e un po’ tutto quello che stavo facendo a partire dalla televisione dove ero inviata speciale per il Roxy Bar di Red Ronnie e Vj per Mtv. In quel periodo di pausa ho finito gli studi e mi sono laureata ma ho comunque continuato a scrivere le mie canzoni fino a sentirmi pronta a uscire come solista. Il nome che ho scelto per questa nuova avventura è un omaggio a Nina Simone, che non è stata solo una musicista straordinaria ma ha anche fatto tantissimo per le donne e per la comunità afroamericana. Ha avuto una vita travagliatissima ma non hai mai mollato, io mi auguro di avere un centesimo della forza che ha avuto lei nella vita».
Fra i gruppi che ti hanno influenzata citi icone del rock come Rolling Stones, Beatles, Madness, e Clash, come sei arrivata a fare soul?
«Perché da vera fastidiosa e pignola quale sono, amo ravanare in profondità fino alle radici di certa musica, è una cosa che faccio sempre, per esempio da piccola ho conosciuto i Persiana Jones e da lì mi sono aperta al mondo dello ska fino a scoprire i padri del genere: Madness e Specials. Poi ho ascoltato Bob Marley e fatto lo stesso col raeggae fino ad amare Alton Ellis che è il re del rocksteady. Scavando sono arrivata fino alle radici del soul e a tutto il sound della Motown che oggi è il mio dna».
Eppure, soprattutto all’inizio, ti paragonavano continuamente a Giusy Ferreri ed Amy Winehouse.
«Come in tutte le cose c’è chi si ferma in superficie e c’è chi approfondisce. Non mi danno fastidio i paragoni ma a volte sono un po’ superficiali. Giusy Ferreri in realtà ha fatto solo il primo singolo con ispirazione al mondo Motown, dopo di che il suo percorso è stato del tutto diverso. Io faccio questa musica da tanto tempo e faccio la mia musica, non quella di Giusy o di Amy Winehouse».
Anche perché tu scrivi musica e testi.
«Sì, e faccio anche la produzione artistica, il che vuol dire che ho scritto le parti per le batterie, i fiati, i bassi, le percussioni e gli archi. Comunque viva la Winehouse che ha venduto tante copie e ha fatto tornare in auge questo genere, penso che se non ci fosse stata lei forse non avrebbero pubblicato nemmeno il mio album. E poi lei è una dea».
I pezzi sul disco hanno arrangiamenti orchestrali, come li ricrei dal vivo?
«Nel live siamo più aggressivi, facciamo quel soul che è più rhythm & blues alla Otis Redding. La formazione è composta da due fiati, tastiera, chitarra, basso e batteria che è il minimo per rendere le sonorità del genere che facciamo noi. La band che mi accompagna spacca, i musicisti sono davvero eccezionali, anche perché suonare dal vivo in fondo è il nostro vero mestiere, poi si fanno i dischi, le interviste e tutto il resto, ma il nostro lavoro è il palco».
Come è avvenuto l’incontro con Giuliano Palma?
«Essendo devota al soul, al reggae, allo ska e cantando in giro per l’Italia prima o poi ti capita di incrociarti con The King. Ci siamo conosciuti tanti anni fa, ben prima di cantare insieme nel pezzo. Lui è una delle persone e degli artisti che stimo di più. È stato uno dei primi a sentire i miei provini per questo album e se mi avesse detto che gli facevano schifo li avrei buttati via, invece mi ha fatto i complimenti e così ho cominciato a gongolare prima ancora di portarli ad una casa discografica, poi guarda caso mi ha scelto proprio quella per cui incide Giuliano. È stata la ciliegina sulla torta per me, sono una donna felice!»
Qualcuno con cui vorresti suonare e cantare?
«Rafael Saadiq ed Amy Winehouse e se fossero ancora vivi Otis Redding ed Alton Ellis, intanto lo faccio nelle mie fantasie…»

15 aprile – Teatro Petrella di Longiano

The Prodigy (24 aprile – 105 Stadium, Rimini)

I Prodigy, ovvero quando basta un’idea geniale per entrare nella storia del rock. Liam Howlett, Keith Flint e Maxim, componenti del gruppo inglese, avrebbero comunque varcato le porte della Rock’n’Roll Hall of Fame grazie a 16 milioni di dischi venduti e performance live che lasciano il pubblico pogante senza più una goccia di sudore, ma nel 1996 quando il video del loro singolo Smack my bitch up comincia a circolare nelle tv musicali il nome della band entra di diritto nelle enciclopedie della musica. Il video è girato in soggettiva e documenta la giornata tipo del protagonista: si alza (molto tardi), si rade, si veste (un po’ come capita), beve whisky (tanto per cominciare a caricarsi), qualche riga di cocaina ed è pronto per uscire di casa. Cena in uno squallido fast food e poi guida per le vie di Londra fino al locale preferito. Altro alcol (tanto) e qualche molestia alle avventrici, balla (anzi poga) fino a scatenare una rissa, poi va in bagno giusto per vomitare un po’ mentre la sua vista comincia ad essere pericolosamente distorta. Esce dal locale e via per le strade, altra rissa col primo che passa, altro vomito sul marciapiede ed eccolo entrare in un locale a luci rosse, altro alcol, altre molestie alle avventrici finchè, soldi alla mano e con le percezioni sempre più alterate, si porta via una ballerina del night guidando fino all’appartamento da dove è iniziato tutto e dove consumerà sesso estremo e a pagamento. Il video fu presto bannato da tutte le reti televisive, per la violenza delle scene e per l’ambiguità del messaggio della canzone. Che c’è di geniale nella trama appena raccontata? Il finale, a dir poco a sorpresa.
Per vivere le stesse atmosfere (bhè, non tutte speriamo) i Prodigy trasformeranno il 105 Stadium in un rave party nella data riminese del loro tour europeo, freschi della stampa del loro quinto album Invaders Must Die e forti di alcuni singoli diventati culto nella scena elettronica come Firestarter, la stessa Smack my bitch up e Breathe, ognuno in grado di incendiare qualsiasi dance floor. Per gli amanti dei ritmi (e delle emozioni) forti appuntamento decisamente da non perdere. Come dite? Volete sapere come finiva il video? Bhè, per quello oggi c’è Youtube, buona visione.

Bellimbusti in tour

Elio e le storie tese

Elio e le storie tese amano confondere le idee, già il fatto che musicisti impeccabili, anzi virtuosi, si presentino sui palchi italiani (teatri lirici compresi) cantando di attori porno, umori e rumori corporali, dirigibili marroni ed orsetti ricchioni la dice lunga sull’approccio spiazzante, alla Frank Zappa diciamo, del gruppo milanese.
Ora che sono ventenni, nel senso che il loro primo album Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu (titolo in lingua tamil intraducibile su queste pagine) porta la data del 1989, gli Elii si regalano un auto-tributo riarrangiando con l’ausilio dell’orchestra Filarmonica Arturo Toscanini di Milano le loro composizioni più riuscite ed includendole nell’album dal melenso titolo non-sense di Gattini – Selezione orchestrale di classici nostri belli. Diciassette tracce che ripercorrono la loro schizofrenica carriera più un inedito dal programmatico titolo di Storia di un bellimbusto.
Al manipolo di personaggi protagonisti delle loro canzoni e delle provocatorie esibizioni live si aggiunge così il bellimbusto, vero e proprio eroe del nuovo millennio cui Elio e le Storie Tese dedicano il tour ed una dichiarazione di stima:  «Impossibile non amarlo dopo averlo visto non solo mentre telefona alla guida di un enorme suv, non solo mentre parcheggia sulle strisce pedonali in corrispondenza dello scivolo per disabili, non solo mentre smascella tenero e appiccicaticcio perché gli sta scendendo la bamba; ma anche mentre si interroga sul suo rapporto con l’amore e la Porsche».
Già, davvero impossibile non amarlo anche se molti preferiranno il misterioso pedone, anzi “passante”, protagonista nel finale del pezzo.
Il tour di promozione del nuovo album toccherà la Romagna lunedì 8 febbraio nel Nuovo Teatro Carisport di Cesena. Avvertite bellimbusti e passanti.

(8 febbraio, Teatro Carisport – Cesena)

Morgan, Piano Solo

Morgan

Dire lo si ama o lo si detesta è un po’ scontato oltre che sbagliato, c’è anche tanta gente che lo ignora e sta bene così.
Morgan, nella vita Marco Castoldi, sta cercando freneticamente di costruirsi una carriera e forse ancor più una credibilità che vada al di là di ogni confine. Non è un mistero che voglia accattivarsi pubblico e critica e chi dovesse scoprire il perché questi ultimi siano sempre agli antipodi meriterebbe il nobel per la sociologia (che infatti ancora non esiste). Morgan sta di qua e di là sparando a raffica in ogni direzione, prima con un gruppo rock, poi da solista, poi come interprete di grandi classici pressochè sconosciuti del musichiere italiano, e nel mezzo di tutto ciò libri, colonne sonore, riletture intere di album deandreani e sottottutto tanta televisione che, anche se lui nega e negherà, è quella che gli ha dato riconoscibilità, quella che insieme al tempo gli ha tolto l’appellativo di “ex di Asia Argento”.
Una mina vagante quindi che, è evidente, si diverte a stupire e a mettersi in gioco: non è da tutti, questo sì è da riconoscerglielo, buttarsi davanti ad un teatro col solo pianoforte «Mi piace mettermi in difficoltà e vedere come ne esco, ogni volta la serata è diversa nel senso che anche dal pubblico dipende la riuscita dello spettacolo!” dice e aggiunge di non aver nessuna paura di risultare monotono esibendosi col solo strumento classico per eccellenza.
«Col pianoforte si riesce a fare tutto, anche se può sembrare che abbia un timbro monocorde in realtà ha gamme sonore complete: è lo strumento principe, basta e avanza da solo».
Su chi gli rinfaccia il tradimento televisivo è categorico e un po’ risentito: «la mia partecipazione ad X-Factor è nata in modo poco preordinato e mi ci sono avvicinato con estrema curiosità e scetticismo. È stata un’esperienza costruttiva, divertente e straniante, e pensare che me l’avevano sconsigliata tutti, soprattutto i fans. Non riesco a spiegarmi come gli stessi miei seguaci non siano in grado di essere al passo con i miei azzardi, mi stupisce che non abbiano la capacità di capire che le cose me le gioco sempre alla mia maniera: se da un lato esiste Gigi d’Alessio che si autodefinisce pop dall’altro c’è anche David Bowie che è pop, però trovate voi le differenze tra i due, come sulla settimana enigmistica».
Il solito Morgan, tormentato dal non essere considerato il migliore di tutti,
o forse dal non esserlo.